1 Agosto 2014

La pace a Gaza e i conflitti interni del mondo arabo

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Il principe Bandar Bin Sultan

Il principe Bandar Bin Sultan

«È possibile difendere a gran voce i diritti dei palestinesi, accusare Israele di “genocidio” a Gaza, ma schierarsi di fatto con Netanyahu contro Hamas? Se si guarda l’Arabia Saudita la risposta è sì. Già riavvicinatosi allo Stato ebraico contro il comune nemico Iran, Riad guida di fatto la neocoalizione dei governi arabi che odia e teme a tal punto il contagio interno dell’Islam politico da “dimenticare” la tradizionale ostilità a Israele. Sono questi Paesi (del gruppo fanno parte Egitto, Emirati e Giordania) che ostacolano ora una soluzione diplomatica, respingendo ogni mediazione del Qatar e degli Usa con gli islamisti della Striscia. “Una cosa mai vista”, commentano molti analisti ed esperti, arabi e occidentali, alcuni dei quali si spingono a incolpare Riad di cooperazione con l’intelligence di Netanyhau». È un commento di Cecilia Zecchinelli apparso sul Corriere della Sera del 1 agosto.

Nota a margine. Cenno interessante, al di là della connotazione dell’islamismo sciita come islam politico (la realtà è un po’ più complessa). Di certo il distacco dell’Arabia Saudita dalla storica alleanza con gli Stati Uniti non aiuta a una soluzione del conflitto di Gaza.

Una considerazione a parte merita l’accenno sulla collaborazione dei servizi di informazione sauditi con Gerusalemme. L’intelligence saudita è cambiata molto sotto la guida dal principe nero Bandar Bin Sultan, munifico sostenitore dello jihadismo internazionale e sostenitore di una politica assertiva contro gli sciiti. Entrò in urto con Washington dopo la strage di Goutha in Siria, provocata con armi chimiche allo scopo di trascinare l’Occidente in guerra contro Assad (tra l’altro c’è chi lo accusa di avere avuto qualche ruolo in quella tragica vicenda). Allontanato dal suo incarico in seguito alle pressioni di Washington, da tempo è tornato in auge in qualità di consigliere di re Abdullah.

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