10 Settembre 2012

Notes, 10 settembre 2012

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Mossoud. Undici anni fa veniva resa di pubblico dominio la notizia della morte di Ahmad Shah Massoud, colpito in un attentato il giorno precedente. Figura poco nota al grande pubblico, ma notissima alle cancellerie di tutto il mondo. Il leone del Panshir aveva combattuto i sovietici, quando questi avevano invaso l’Afghanistan; e, dopo il loro ritiro, aveva avuto un ruolo centrale nella lunga guerra civile in cui era precipitato il suo Paese. Un conflitto che vedeva in lotta signori della guerra appoggiati da diversi Paesi stranieri, in una guerra regionale che era insieme una guerra per procura: l’Afghanistan, come già intuito da Rudyard Kipling, è un Paese chiave per il controllo dell’Asia. Per anni il fondamentalismo islamico aveva trovato in Massoud un’opposizione strenua e insuperabile, come si accorsero, da ultimi, anche i talebani. Grazie alla sua abilità militare e diplomatica, aveva impedito che l’Afghanistan cadesse in mano al fondamentalismo e ne divenisse un centro di irradiazione, con ricadute inimmaginabili sulle fragili repubbliche ex sovietiche confinanti e altrove. Amato dai suoi combattenti e dal popolo afghano, Massoud aveva insomma rivestito per anni un ruolo di equilibrio nel grande gioco asiatico, e non solo. Il suo assassinio fu anche un simbolo: qualcosa era cambiato, giù nel profondo, l’equilibrio rotto. L”indomani fu chiaro a tutti. Era l’11 settembre 2001…

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