13 Luglio 2014

La svolta che ha perso Hamas

di Renato Piccolo
Tempo di lettura: 3 minuti

l43-isis-gaza-140710181932_mediumIniziò tutto nel febbraio del 2012. La guerra civile siriana era cominciata da quasi un anno e la leadership di Hamas, in esilio a Damasco, decise di fare le valigie. Destinazione Doha, Qatar. Non era solo un cambio di residenza, ma una scelta politica. Di fronte alle difficoltà del governo di Bashar al Assad, Hamas saltava su un altro cavallo.

In quel momento poteva sembrare una scelta “saggia”, quasi inevitabile. L’avanzata dei ribelli siriani sembrava inarrestabile, la caduta di Assad ormai prossima. Il Qatar è un munifico finanziatore della guerra contro Assad. Gli emiri stanno già sostenendo economicamente Gaza. Un’alleanza stabile di Hamas col Qatar può aiutare ad alleviare la perenne crisi economica che affligge la Striscia e, nell’ottobre del 2012, l’emiro di Doha Al Thani è il primo capo di Stato straniero a visitare Gaza.

In primavera si diffonde la notizia che le brigate al Qassam, braccio armato di Hamas, stanno addestrando i ribelli siriani. Per l’Iran – storico alleato di Assad, un tempo vicinissimo anche alla leadership di Hamas – è la goccia che fa traboccare il vaso. La linea di demarcazione della politica mediorientale sembra farsi sempre più settaria: da una parte gli sciiti dell’Iran, di Hezbollah e i loro fratelli alawiti siriani; dall’altra il fronte sunnita, che ora include anche Hamas.

Nel giugno del 2012 Mohamed Morsi vince le elezioni presidenziali in Egitto. È il tassello che mancava alla svolta di Hamas. I Fratelli musulmani egiziani sono un’organizzazione gemella di Hamas. Ora che ci sono loro al potere, Gaza sembra poter rifiatare. E anche Morsi si lega sempre più al denaro del Qatar, che inizia a scorrere copioso nelle casse ormai vuote del Cairo.

L’amicizia con l’Egitto non manca di portare benefici ad Hamas. Quando nel novembre del 2012 Benjamin Netanyahu è sul punto di invadere Gaza, è l’Egitto di Morsi – insieme agli Stati Uniti – a fare da mediatore. L’invasione non scatta, Hamas e Israele stipulano una tregua. È l’unico vero successo dei Fratelli musulmani. Nel giro di pochi mesi – l’estate successiva – una nuova ondata rivoluzionaria, sorretta da un golpe militare, spodesta Morsi.

Il clima nella regione sta cambiando. In Siria è sempre più chiaro che i soldi del Qatar stanno finanziando bande di jihadisti e tagliagole. Le sigle più note sono ormai quelle legate ad al Qaeda: Jabhat al Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e del levante (Isis). Il Qatar ha sponsorizzato anche l’abbattimento del governo di Mohamad Gheddafi in Libia. Gli effetti destabilizzanti della caduta del raìs, nell’estate del 2013, diventano lampanti: la guerra si è estesa al Mali, e oltre. Ma presto in Occidente – anche tra quei Paesi che sono stati alleati di Doha durante la crisi libica, come Francia e Gran Bretagna – si inizia a diffondere un’insofferenza per l’attivismo qatariota, tanto che il ruolo dell’emirato nell’area mediorientale viene bruscamente ridimensionato.

E arriviamo agli ultimi mesi. All’inizio del 2014 Hamas si ritrova isolata: l’Egitto è governato da Abdel Fattah al Sisi, che ha spodestato i Fratelli musulmani e li combatte con ogni mezzo; l’alleanza con Assad e con l’Iran è ormai un ricordo lontano; il Qatar rimane ricco, ma la sua influenza politica è limitata. È anche per via di questo isolamento che Hamas accetta di siglare un accordo con Fatah, per formare un governo di unità nazionale in Palestina. Ma quando si riapre la crisi di Gaza, con il governo di Netanyahu che ancora una volta freme per invadere la Striscia, Hamas è sola. Come se non bastasse, a Gaza sono sempre più forti i movimenti estremisti che si rifanno al jihadismo internazionale, e che magari sognano di emulare le conquiste dell’Isis. La scelta di campo del 2012 – col Qatar, coi ribelli siriani – rischia di trasformarsi in un abbraccio letale per Hamas.