18 Giugno 2014

Il Papa: la Chiesa, una madre che accarezza i suoi figli

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images«Se la Chiesa non è madre, è brutto dire che diventa zitella, ma diventa una zitella! È così, non è feconda. No solo fa figli la Chiesa, la sua identità è fare figli, cioè evangelizzare, come dice Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi […] Penso a nostra madre, Sara che era invecchiata senza figli; penso ad Elisabetta, la moglie di Zaccaria, invecchiata senza figli; penso a Noemi, un’altra donna invecchiata senza discendenza… e queste done sterili hanno avuto figli, hanno avuto discendenza: il Signore è capace di farlo! Ma per questo la Chiesa deve fare qualcosa, deve cambiare, deve convertirsi per diventare madre. Deve essere feconda! La fecondità è la grazia che oggi noi dobbiamo chiedere allo Spirito santo, perché possiamo andare avanti nella nostra conversione pastorale e missionaria. Non si tratta, non è questione di andare a cercare proseliti, no, no! Andare a suonare al citofono: “Lei vuol venire a questa associazione che si chiama Chiesa cattolica?…” Bisogna fare la scheda, un socio in più… La Chiesa – ci ha detto Benedetto XVI – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, per attrazione materna, per questo offrire maternità; cresce per tenerezza, per maternità, per la testimonianza che genera sempre più figli». Così il Papa a un convegno Pastorale della diocesi di Roma il 16 giugno.

Accennando all’importanza del tempo e della storia, Francesco ha poi invitato a «recuperare la memoria della pazienza di Dio, che non ha avuto fretta nella sua storia di salvezza, che ci ha accompagnato lungo la storia, che ha preferito la storia lunga per noi, di tanti anni, camminando con noi».

E in conclusione, ha detto: «A me  piace sognare una Chiesa che viva la compassione di Gesù. Compassione è “patire con”, sentire quello che sentono gli altri, accompagnare nei sentimenti. È la Chiesa madre, come una madre che accarezza i suoi figli con compassione. Una Chiesa che abbia un cuore senza confini, ma non solo il cuore: anche lo sguardo, la dolcezza dello sguardo di Gesù, che spesso è più eloquente di tante parole»