17 Giugno 2014

La svolta (?) di Grillo

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Fa notizia la svolta del movimento Cinque stelle che si dice pronto a dialogare con Renzi sulla riforma della legge elettorale. Tanti i retroscena ipotizzabili di questa mossa, tutti da verificare. Quel che interessa invece sottolineare in questa sede è che la mossa di Grillo è politica, arte che finora, forse l’inesperienza o forse l’opportunità, l’ex comico e i suoi non sono riusciti a maneggiare con la dovuta perizia, offuscando la loro proposta politica nella protesta anti-sistema. Così questo passo potrebbe segnalare un nuovo inizio del M5S, in grado di sdoganare il consenso, largo, del quale gode e permettergli una navigazione più costruttiva nel mare agitato della politica italiana.

Molti hanno ipotizzato che la mossa sia dovuta all’autocritica nata in seno al movimento dopo l’esito delle europee e dalla consapevolezza che i toni usati durante la campagna elettorale abbiano alienato consensi. Fosse solo questo, non sarebbe altro che tattica e come tale non sarebbe interessante. Invece l’invito a Renzi sembra accompagnarsi al tentativo di trovare ricomposizioni ai dissidi interni (vedi il caso Pizzarotti, critico verso certe posizioni del movimento), cosa finora mancata, e alla ricerca di convergenze in chiave europea, in particolare con l’Ukip del britannico Nigel Farage (pur se il passo è obbligato dalle norme che regolano il Parlamento europeo, è la prima volta che il movimento cerca alleanze).

Sul movimento Cinque stelle è stato scritto tanto e tanto hanno detto i suoi simpatizzanti e i suoi leader; a noi piace notare alcuni aspetti ai quali non sembra sia stata data la dovuta importanza. Se vero che il M5S è “moderno”, in grado cioè di confrontarsi con una società in cui i socialnetwork hanno certa rilevanza e altro, è anche vero che rimane, per certi versi, l’ultimo dei partiti all’antica: è infatti l’unico partito che riesce a riempire le piazze, che può contare su militanti e che ha contatti reali con il territorio. Elementi tutti che appartengono ai partiti popolari del passato, quali furono Pci e Dc, e ormai persi a tutti gli altri, compreso il Pd.

Inoltre, per tanti suoi simpatizzanti, il M5S riesce a coniugare l’anti-politica a un afflato di speranza (o ideologico che dir si voglia) proprio di alcuni partiti del passato. In questo nemmeno Renzi può essere alla pari, che più che sulla speranza, il consenso nei suoi confronti si è consolidato attorno all’esigenza di stabilità che da sempre contraddistingue la maggioranza dell’elettorato italiano. Ma torniamo ai Cinque stelle: se vero che al suo interno coabitano due anime, spesso in evidenza è apparsa la prima, quella dell’antipolitica, che attrae molti consensi, ma ne allontana molti di più.

Vale la pena soffermarsi sull’anti-politica e sul ruolo che questa ha avuto in questi decenni in Italia; da anni editorialisti, intellettuali, giornalisti, imprenditori, banchieri, magistrati hanno fatto a gara a dipingere la politica come il ricettacolo di tutti i mali umani, come se le altre categorie, le loro, fossero immuni dal peccato originale. Da decenni quindi, più o meno tutte le forze politiche, tranne eccezioni che confermano la regola, hanno fatto a gare a cavalcare l’onda: Berlusconi deve il suo successo proprio al fatto di essersi presentato come un imprenditore prestato alla politica e fuori dai giochi della stessa; poi è stata la volta della Lega e della “Roma ladrona” (anche se Bossì è stato un fine politico, dato che con il suo 6 per cento è stato l’ago della bilancia della politica italiana per anni); quindi l’Italia dei valori del magistrato Antonio Di Pietro; gli esempi potrebbero continuare con l’agitarsi politico dell’Italia Futura di montezemoliana memoria, la Scelta civica di Monti, e dei suoi professori e tecnici prestati alla politica, e altro. In genere, si può vedere agevolmente come l’antipolitica non ha portato fortuna a chi l’ha brandita.

Non abbiamo citato nella nostra carrellata il Pd, perché l’anti-politica nella sinistra italiana ha storia lunga e controversa e passa attraverso altre direttrici. Tutto tutto inizia con la svolta Berlinguer e la teorizzazione della questione morale: l’idea di una “diversità morale” del Pci rispetto agli altri protagonisti della politica italiana che li avrebbe resi unici beneficiari di voti dell’Italia onesta e produttiva. Un modo “politico” di cavalcare l’anti-politica. In realtà la questione morale per Berlinguer non fu altro che un ripiegamento, stante il fallimento della sua – e di altri – più grande intuizione politica: il compromesso storico. Ma al di là delle motivazioni della svolta berlingueriana, resta che la questione morale nel Pci è diventata poco a poco il fulcro della sua propaganda politica, così che un grande partito di sinistra, espressione delle classi lavoratrici e garantista, è diventato, nel tempo, un partito radicale di massa più incline a denunciare il malaffare (altrui, ovviamente) che a difendere le buste paga dei lavoratori. Ci si passi l’estremizzazione, ché la realtà è più complessa, ma questa è utile a capire perché nel ventennio berlusconiano la sinistra italiana si sia consegnata all’antiberlusconismo, abbandonando le classi lavoratrici alla curatela, più o meno efficace, del sindacato. Un partito pronto per essere espugnato dall’esempio più alto di anti-politica made in Italia (o made in Usa che dir si voglia): il rottamatore fiorentino. Questi, proprio perché espressione di un potere reale non politico (grande finanza), è in grado di brandire l’arma dell’anti-politica con una forza e un’autorevolezza che altri, soggetti che nascono nell’ambito della politica stessa, non possono avere.

Questa digressione serve a capire come anche il Movimento cinque stelle, consegnandosi alla questione morale – il richiamo di Grillo a Berlinguer in piazza San Giovanni a Roma è suonato alto e chiaro -, ha rischiato, rischia, di esserne consumato. La consapevolezza di questo rischio potrebbe essere il motivo della svolta impressa da Grillo e Casaleggio, ai quali spetta anche il compito, se davvero vogliono imboccare questa strada, di favorire la crescita di una classe dirigente all’interno del proprio movimento, pena restare “incastrati”, in particolare nella polemica politica, nell’immagine dei guru che guidano un manipolo di dilettanti allo sbaraglio. È un problema comune anche ad altri lidi politici: dal berlusconismo al renzismo, la politica italiana sembra caduta preda a un leaderismo di tipo americano estraneo alla storia del nostro Paese, che produce capi, o presunti tali, ma non operai della res publica, indispensabili per il corretto funzionamento della macchina-Stato.

Al di là della svolta di Grillo, ancora tutta da verificare, la questione morale, o la teorizzazione anti-politica che dir si voglia, merita un ulteriore approfondimento: in Italia, oltre a portare sfortuna a chi l’ha brandita, l’estremizzazione dell’idea di legalità ha creato mostri. Ha infatti prodotto una magistratura che ha assunto un ruolo unico nel panorama dei Paesi occidentali. Unico e, a quanto pare, al momento non riformabile. Il periodo dei Giudici, nella storia di Israele, non è stato particolarmente fausto. Non si tratta di una polemica contro la magistratura, anche perché a questa deriva hanno concorso anche gli assassinii di Falcone e Borsellino, stupende figure di magistrati, quanto sottolineare che il contrasto dell’illegalità (indispensabile come si è visto anche ultimamente nelle vicende Expo e Mose) deve essere condotto all’interno delle regole che fondano la democrazia e che stabiliscono un equo rapporto tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Altrimenti si genera l’esatto contrario. D’altronde non altrove, ma in Italia fu coniato il detto summum iussumma iniuria.