9 Giugno 2014

9 giugno 2014

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Pace, Shalom Salam. L’incontro in Vaticano tra il presidente israeliano, Shimon Peres, e quello palestinese, Abu Mazen, anfitrioni papa Francesco e il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, ha avuto giusta rilevanza mediatica. Tanti commenti, tra i quali molti forse troppo entusiastici per un evento che in sé non aveva nulla di trionfale, dal momento che si è trattato di un umile gesto di preghiera. In un’intervista alla Stampa, Abraham B. Yeoshua, scrittore che da tempo spera e persegue la pace dei coraggiosi in Medio Oriente, ha esplicitato il suo realismo, spiegando come di eventi simili ne ha visti tanti in vita sua, purtroppo andati in fumo. L’incontro di ieri, ha affermato, gli ha ricordato quello tra Arafat e Rabin del 1993, allora l’anfitrione si chiamava Bill Clinton, ma «né quel presidente americano, né gli altri che sono venuti dopo sono riusciti a portare le parti a un’intesa finale», ha chiosato, «dubito che possa riuscirci il Papa». E con sano realismo ha spiegato che un’intesa può essere raggiunta solo dalle «parti in causa, con decisioni e gesti concreti, come quello che ha compiuto Shimon Peres». Infatti, Peres, stringendo la mano ad Abu Mazen a Roma, ha spiegato ancora Yeoshua, ha dato un riconoscimento al «governo di unità nazionale creato da Abu Mazen con Hamas […] Si tratta di un momento simbolico dall’alto valore politico. Peres riconosce il governo Fatah-Hamas, suggerendo al premier Netanyahu di fare altrettanto».

Tutto qui il significato dell’incontro romano. Ciò non vuol dire che il gesto di Francesco sia stato inutile orpello: il Papa ha fatto quel che deve fare la Chiesa, accompagnare con la preghiera i costruttori di pace nel loro cammino. Questo gesto, come quello della preghiera per la pace in Siria del settembre 2013, dà un’indicazione alta: la Chiesa non è un attore della geopolitica internazionale. La Chiesa fa il suo mestiere, che è quello di pregare il Signore per i suoi e per il mondo, lasciando agli attori di questo mondo la scena e le scelte della politica. Il Papa non è un leader mondiale, come spesso si equivoca, ma un semplice custode della rivelazione cristiana. Che ha nell’inermità non una scelta, ma una condizione essenziale per svolgere la sua missione, affidata totalmente ai disegni di Dio, al quale appartiene la scelta dei costruttori di pace (che spesso non appartengono al gregge elettivo, come fu per Ciro: «il mio eletto che non mi conosce», dice il Signore nella Bibbia).

L’altra indicazione di questo gesto romano è stata la presenza di Bartolomeo I. A significare, come detto altrove, che questo momento di preghiera non è stato un gesto del Papa o della Chiesa cattolica, ma della Chiesa di Gesù, senza aggettivi. Piccolo nuovo inizio per procedere nel cammino sempre nuovo dell’unificazione tra ortodossi e cattolici. Che non può “riuscire” attraverso il dialogo teologico, pur necessario, ma per miracoli. Perché tale è la dinamica dell’agire del Signore.

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