27 Maggio 2014

La battaglia di Donestk (in memoria di un fotorepoter coraggioso)

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In concomitanza con le elezioni europee, anche l’Ucraina è andata alle urne. Così che anche questo gemellaggio cronologico sembra apparire, e tale è forse per chi ha fissato la data della consultazione locale, un segno del destino prossimo venturo di Kiev. D’altra parte la data è stata fissata proprio da quegli ambiti che hanno spinto il Paese a troncare il cordone ombelicale che lo legava a Mosca in favore di un destino europeo.

La consultazione ha premiato Petro Peroschenko, uno dei tanti oligarchi che hanno fatto tesoro del disfacimento del comunismo, il quale deve la sua ricchezza alla produzione di cioccolato. Sconfitta sonora invece per la pasionaria Julia Timoschenko, la donna più intervistata dai media occidentali nei giorni di piazza Majdan e oltre, segno che l’eroina dei media non è tanto popolare in patria dove, tra l’altro la insegue la fama di spregiudicata affarista. Peroschenko si è presentato agli elettori e alle cancellerie occidentali come uomo di mediazione: nelle sue parole il destino europeo non deve andare a discapito del rapporto con Mosca, con la quale ha detto di voler riannodare i fili del dialogo interrotto. Queste almeno le intenzioni espresse durante la campagna elettorale che lo ha premiato. E che sembravano aver placato i timori di Putin, che aveva dichiarato di voler rispettare l’esito del voto.

E però, a urne ancora calde, la situazione ucraina è precipitata. Si combatte a Donestk, il cuore della rivolta dell’Est. L’esercito usa mezzi pesanti, carri armati, elicotteri e aerei e le vittime salgono di ora in ora. Se qualcuno ricorda i proclami infiammati dei leader occidentali alla notizia (falsa) che Gheddafi stava bombardando i rivoltosi può fare una utile comparazione con il silenzio assenso di oggi. I rivoltosi hanno chiamato in sostegno Putin, il quale per il momento si tiene alla larga dal conflitto. Se interviene il rischio di impelagarsi in una guerra usurante e alla lunga disastrosa per la Russia è molto alto. Se non lo fa e la repressione ordinata da Kiev diventa un genocidio, il consenso popolare di cui gode va in fumo. Da qui le sue titubanze. Da capire se l’escalation repressiva sia stata ordinata del nuovo presidente oppure se questi, come i filorussi (e Putin), subisca l’iniziativa altrui. Difficile, anche se non impossibile, che prima ancora di prendere in mano il potere Peroschenko abbia ordinato l’attacco. Possibile, invece, che chi ha creato questa situazione incandescente voglia condizionarne le scelte future, rendere impossibile quella riconciliazione con Mosca ipotizzata in campagna elettorale. Ma sono solo ipotesi, al momento resta la situazione drammatica: mentre scriviamo, i morti tra i filo-russi, civili compresi, sembra siano un centinaio.

In attesa di vedere gli sviluppi della situazione, c’è da evidenziare che questo scontro che si è improvvisamente infiammato dopo le elezioni dura tempo. Da circa un mese, infatti, le truppe di Kiev – ma soprattutto i mercenari assoldati dal governo e le milizie dei neonazisti che le affiancano – sono all’opera per “ripulire” le regioni dell’Est dai “terroristi”, secondo la definizione delle autorità ucraine. Il tutto nel silenzio assordante dei media occidentali.

Odessa. Per capire quanto sta avvenendo in questi giorni nell’Ucraina orientale occorre tornare a Odessa, là dove la repressione è iniziata. Una strage  – una cinquantina di vittime secondo fonti ucraine, ma i media filo-russi e russi indicano un numero di vittime molto superiore, tra le duecento e le quattrocento – che l’informazione occidentale ha attribuito a un incidente di percorso causato da scontri tra fazioni opposte. E subito sottratta alla luce dei riflettori.

In un articolo dedicato al viaggio del Papa in Terrasanta, Alberto Melloni – non certo un fan di Putin -, sul Corriere della Sera del 25 maggio, vi fa cenno in altro modo, scrivendo delle «esecuzioni antiortodosse di Odessa».

Sul web – sito Reseau Voltaire – si riporta una descrizione dettagliata dei fatti, proveniente da una fonte anonima interna ai servizi segreti ucraini. Secondo la fonte, il nuovo governo di Kiev, dopo la secessione della Crimea e la ribellione della città di Mariupol, non poteva permettersi la perdita dell’ultimo sbocco a mare dell’Ucraina, Odessa appunto. Da qui la pianificazione di un attacco al cuore della resistenza della città, deciso ad altissimo livello. La fonte descrive le varie forze impiegate nell’operazione: dagli ultras di una squadra di calcio ai gruppi neonazisti fino alle unità militari, e come è stata condotta. Finti manifestanti pro-russi avrebbero inscenato una manifestazione anti-Kiev, che è stata poi condotta, dagli infiltrati e dai corpi di polizia che apparentemente la contrastavano, presso la Casa del sindacato, luogo di coordinamento della rivolta dei filo-russi. La pressione della polizia, e delle milizie neonaziste che li affiancano, spinge quindi i manifestanti all’interno della Casa dei sindacati, le cui porte si aprono ad accogliere i fratelli in pericolo. Nascosti tra i manifestanti che trovano riparo nell’edificio, anche molti infiltrati. A questo punto entra in azione un commandos di “professionisti” che attendevano nei sotterranei del palazzo, mentre da fuori, polizia e neonazisti stringono l’edificio in un assedio che dura ore. Mentre gli infiltrati lanciano, e incitano a lanciare, molotov contro gli assedianti, i “professionisti” fanno il lavoro sporco, uccidendo gli occupanti filo-russi, trascinandoli nelle cantine e torturandoli per ore. Un lavoro metodico, le cui tracce sono state coperte dall’incendio appiccato successivamente dagli aggressori, che nella circostanza utilizzano sostanze al fosforo (si spiegano così i corpi bruciati ma con gli abiti intatti, le cui foto sono girate sul web). Finito il lavoro sporco dei “professionisti”, nel palazzo penetrano le milizie di Pavi Sektor che ripuliscono l’ambiente dai sopravvissuti e cancellano le residue tracce della mattanza.

Sloviansk. Non solo Odessa. A rischiarare un po’ quanto sta veramente accadendo in quell’angolo di mondo, è utile vedere la storia del fotoreporter italiano Andy Rocchelli. Andy è morto ammazzato, mentre documentava questa guerra feroce sulla quale è calata una cortina di oblio. La notizia della sua uccisione è rimbalzata sui giornali in questi giorni, ed è stata spiegata come una conseguenza degli scontri tra opposte fazioni. Che ci faceva Rocchelli a Sloviansk? Il suo lavoro. E quel lavoro non era certo utile alla propaganda di regime. Chi vuole può vedere  una foto tratta dall’ultimo reportage del fotoreporter su Repubblica, nel quale si vede un gruppo di bambini di famiglie filo-russe assiepato in un rifugio sotterraneo per sfuggire alla bombe dei governativi: una foto che da sola racconta quel che veramente si sta consumando in quella regione. E che, se scattata altrove, avrebbe fatto scattare l’indignazione occidentale.

A raccontare cosa sia accaduto quel giorno fatidico, sabato 24 maggio, è William Roguelon, un fotografo dell’agenzia francese Wostok Press, che si accompagnava a Rocchelli. In un’intervista alla Stampa del 26 maggio, Roguelon racconta come  lui, un interprete, Rocchelli e un autista fossero giunti in un villaggio a pochi chilometri da Slovinask per «fare un servizio sui civili che erano stati bombardati proprio lì con dei mortai». Non lo dice, ma il bombardamento era stato opera delle truppe di Kiev, ché i filo-russi non bombardano se stessi. Arrivati sul luogo i quattro scendono dall’auto. Iniziano a sparargli addosso. Si buttano a terra. Continua Roguelon: «Sono partiti i colpi di mortaio, ne ho sentiti almeno 40-60, e ci siamo messi al riparo in un fosso. Poi chi sparava ha aggiustato il tiro e un colpo di obice è cascato proprio in mezzo al fosso. Loro due (Andy e l’interprete ndr.), sfortunati, si sono presi la scheggia». Raguelon riusce a scappare, rifugiandosi dalla parte dei filorussi che intanto avevano iniziato a rispondere al fuoco. Chi ha sparato? «Penso fossero ucraini, perché dalla parte dove hanno sparato, dalla parte dove sono venuti i colpi, era la parte dove stavano gli ucraini». Interessante anche la finale, quando Roguelon spiega che fino ad allora non avevano avuto problemi: «Quando siamo arrivati non c’era assolutamente nessuno, era calmo. Non c’era niente di niente». Un’esecuzione mirata per non far documentare le nefandezze perpetrare dalle milizie di Kiev? Forse. Ma anche non fosse questa la spiegazione, resta l’accanimento – 60 colpi di mortaio – contro un’auto e i suoi occupanti disarmati. Quell’accenno del racconto, «poi hanno aggiustato il tiro», suona comunque alquanto agghiacciante.

I protagonisti di Piazza Majdan si sono autoproclamati paladini dei valori occidentali, trovando sostegno e plauso in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi valori non risulta ci sia anche la caccia ai reporter o il bombardamento di civili inermi, tra i quali donne e bambini. Anzi, per la Convenzione di Ginevra sottoscritta da questi Paesi, tali azioni si configurano come crimini di guerra.