22 Maggio 2014

I timori di Renzi

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Renzi sembra alquanto spaventato. Ieri ha dichiarato che se il movimento Cinque stelle vincerà le elezioni europee lui non si dimetterà. Ed è una frase alquanto strana se proferita da un esponente politico accreditato da tutti i giornali del 33% dei consensi. Che sta succedendo? Una cosa banale: Beppe Grillo sta riempiendo le piazze d’Italia in questa campagna elettorale. E, dato il trend, riempirà anche Piazza San Giovanni, già luogo simbolo della sinistra consegnato al movimento cinque stelle, al termine della stessa.  Le piazze, in questa era mediatica, contano meno di un tempo, ma sono pur sempre un indicatore.

Anche la performance da Bruno Vespa, più o meno azzeccata da parte di Grillo, è stato un segnale non secondario: a Grillo si è aperta la porta del terzo ramo del Parlamento italiano, tale infatti è considerato da anni il salotto del conduttore. Anche le modalità dell’intervista, l’esclusiva e lo spazio lasciato all’intervistato, fanno riflettere. Vespa non è un conduttore qualsiasi. Da anni è sintonizzato con il potere italiano, quello profondo, così che tale empatia lascia intendere che certi ambienti percepiscono la variante Cinque stelle non più come una minaccia, ma come un’opportunità. Cosa della quale sembra essere convinto lo stesso Grillo, che in un comizio ha dichiarato: «la Digos, Dia e Carabinieri sono con noi». L’impressione che si ha, non solo da questi indicatori, è che tanto mondo imprenditoriale e culturale italiano abbia esaurito le scorte di credito nei confronti di Renzi. Questi, all’inizio della sua avventura nazionale, si era presentato come l’ultima opportunità per l’Italia, l’unico in grado di evitarne il disastro. Evidentemente quel che ha fatto finora – meglio quel che non ha fatto, dal momento che, al di là degli slogan, ha prodotto solo il rimborso dei famosi 80 euro, tra l’altro di complessa realizzazione – e l’inconsistenza del suo governo di figuranti hanno consumato in breve tempo la carica di speranza destata (che non è stata poca). Così che le intemerate di Grillo, benché eccessive e spesso fuori luogo, oggi suonano più convincenti di ieri. Anche il ritorno di Silvio Berlusconi può in qualche modo fare il gioco del M5S. Rivitalizzato dall’avvallo del ministro del Tesoro americano Timothy Geithner alla tesi del complotto internazionale per far fuori il suo governo, l’ex Cavaliere ha iniziato ad attaccare Grillo e si è detto pronto a un governo di coalizione. L’ipotesi governativa prossima ventura è appesa ai risultati elettorali e a un ridimensionamento di Renzi, ma, per il presente, le sue dichiarazioni favoriscono la catalizzazione di consensi verso l’ex comico, assurto al ruolo di unica opposizione del sistema.

Il timore espresso da Renzi fa riflettere anche sotto un altro punto di vista: i partiti hanno in mano i sondaggi veri, non quelli che appaiono sui giornali. Evidentemente i dati che affluiscono alla segreteria del Pd non fanno dormire sonni tranquilli al presidente del Consiglio.

Da qui a dire che Grillo vincerà le elezioni ce ne corre. Se è possibile che ambiti culturali e imprenditoriali inizino a guardare con interesse il movimento Cinque stelle, è anche vero che la grande finanza e diversi poteri più o meno forti, italiani e internazionali, continuano a sostenere con forza Renzi. I giornali battono sul pericolo rappresentato dal populismo grillino, dimenticando che Renzi, uomo solo al comando, è l’emblema e il modello di questa deriva della democrazia. Inoltre, da alcuni giorni è riapparso lo spread: il martello esoterico usato per demolire il governo Berlusconi viene ora usato contro Grillo e i suoi. Sintomatica in questo senso l’intervista a Nouriel Roubini pubblicata sulla Repubblica del 22 maggio, nella quale l’economista ha dichiarato: «Pensate solo questo: la tenuta degli spread, quindi in ultima analisi dell’intera architettura dell’euro, è subordinata all’impegno della Bce di comprare i bond dei Paesi in difficoltà se scatta l’emergenza. Ma potrà mai la Banca centrale comprare, direttamente o indirettamente, i titoli emessi da un Paese guidato da un movimento che vuole il referendum sull’euro e considera il Fiscal compact un foglio da stracciare?». In realtà Grillo non ha detto le cose di cui lo accusa Roubini, ma ha parlato di “rinegoziazione” in sede europea da svolgersi insieme ad altri Paesi in difficoltà. Ma non è questo il punto, che invece è quello dell’eterno ritorno del fantasma dello spread: termine misterico dai molti significati, ma che ha assurto notorietà, al tempo del governo Berlusconi, quando indicava il differenziale tra il valore dei titoli italiani e quelli tedeschi e che invece, a quanto pare, indica tutt’altro, ovvero l’indice di gradimento di un governo da parte del sistema finanziario internazionale. Tutto questo fuoco di sbarramento, che non è solo verbale, avrà conseguenze al momento non prevedibili nel chiuso delle urne.

Questa è la fotografia di quanto si sta consumando in questa campagna elettorale, al di là delle simpatie e delle antipatie nei confronti delle persone citate. Con una postilla finale doverosa. Grillo ha detto più volte che se il suo movimento vince, il governo deve cadere. Renzi ha replicato che non essendo una consultazione politica, la tesi dell’ex comico è infondata. E ha ragione quest’ultimo, stante anche i precedenti: è già capitato che le europee fossero vinte da forze diverse da quelle al governo in carica senza che questo determinasse conseguenze traumatiche per gli allora governanti. Ma c’è un particolare non da poco, che fa la differenza: Renzi è arrivato al potere secondo una dinamica extraparlamentare e senza avallo popolare. Una manovra di Palazzo più o meno legittima. Se perdesse queste elezioni vorrebbe dire che il suo governo non gode di quel consenso degli italiani che le istituzioni gli hanno accreditato, quindi la sua permanenza a Palazzo Chigi renderebbe quella manovra del tutto illegittima.  Si andrebbe a configurare come un vero e proprio colpo di Stato, avallando – e ciò sarebbe pericoloso per la tenuta democratica del Paese – le accuse in tal senso rivolte al Capo dello Stato da Berlusconi e Grillo.

Detto questo sono solo scenari possibili, al momento la vittoria di Renzi è l’ipotesi più accreditata. Resta che siamo in un periodo fluido e denso di incognite. E anche di pericoli.