6 Maggio 2014

Il sangue all'Olimpico

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L’attentato a Tor di Quinto e sue propaggini all’interno dello stadio Olimpico tiene banco. Né può essere diversamente, stante quel che è successo. Sulla sparatoria si sono susseguite le ricostruzioni, una più strampalata dell’altra: ad oggi la più accreditata sembra essere quella che vede un ultras della Roma che organizza da solo, o spalleggiato da due compagni d’armi in casco integrale, una spedizione punitiva contro una legione di tifosi napoletani per poi ripiegare e far fuoco con una pistola dalla matricola abrasa (roba da malavita). Si attende la prova dello stub, con un ritardo non usuale e che potrebbe avere una valenza dubbia (fumogeni, bombe carta: tanta polvere da sparo sul luogo del crimine da rendere possibile un risultato incerto).

Resta la confusione delle varie ricostruzioni dell’evento, nonostante la zona fosse strettamente sorvegliata dalla polizia e monitorata da un nugolo di telecamere. Al momento non ci sono testimonianze di agenti che pure scortavano in forze, al solito, il corteo dei tifosi napoletani. Non solo non sono riusciti a impedire la tragedia, può capitare quando la follia dilaga, ma non sono riusciti a vedere nulla di quanto accaduto. Un deficit di intelligence che andrebbe colmato in futuro, anche perché si tratta di monitorare qualche centinaio di metri quadri intorno allo stadio.

In ogni caso, al di là delle tante cose che non quadrano, la sentenza contro l’asserito sparatore è già stata emessa, a prescindere dal processo prossimo venturo, che avrà luogo solo perché per un caso fortuito l’accusato è riuscito a sopravvivere alla ritorsione, altrimenti la vicenda sarebbe stata risolta con la sua morte (mentre scrivevamo sull’agenzia Ansa scorreva la notizia che l’esame stub non ha dato esito positivo, eppure l’uomo resta indagato… il problema è che ci sono tre testimoni che lo accusano: problema grosso, perché rischiano la calunnia e perché la vicenda rischia di riaprirsi quando era già chiusa prima di iniziare l’indagine sul caso).

All’attentato ha fatto seguito la trattativa Stadio-Mafia, che ha portato agli onori della cronaca tal Genny a’ carogna. La sua foto in pose plastiche, con indosso t-shirt con annesso slogan inneggiante al tifoso condannato per l’omicidio dell’agente Raciti a Catania ha fatto il giro del mondo. A lungo, mentre si susseguivano i bollettini di guerra in Tv, dirigenti delle squadre, calciatori e responsabili della sicurezza hanno trattato con Genny, mentre in tribuna vip un inane Matteo Renzi aspettava decisioni altrui, nello specifico quelle di Genny. Scene che hanno consegnato al mondo l’immagine di un presidente del Consiglio miseramente imbelle, incapace di evitare una figura barbina alle istituzioni che rappresenta.

Si tuona contro gli eccessi delle tifoserie, si invocano misure più restrittive e altro. Iniziative che, pur legittime e doverose, lasceranno il tempo che trovano, dal momento che, nel caso specifico, la vicenda ha assunto un livello simbolico che travalica la cronaca nera per riecheggiare i livelli di tensione di piazza Fontana. D’altronde lo stadio Olimpico ha in sé qualcosa di simbolico, se anche Cosa nostra aveva scelto questo luogo come teatro di un mega-attentato, poi non compiuto, nell’ambito dell’oscura vicenda della trattativa Stato-mafia.

Ma si diceva dell’inutile varo di misure contro criminali travestiti da tifosi (occorre distinguere, cosa che non sempre si fa, tra tifosi e malavita più o meno organizzata): misure del genere si sono moltiplicate in questi anni: dai Daspo alle sanzioni per discriminazione razziale e pure territoriale (ultima trovata che ha indotto alle interpretazioni più iperboliche). Eppure si è dimostrato che  non servono a nulla, anzi.

In realtà ci sarebbe un modo per colpire certe devianze del sistema calcio, ed è quello di favorire quelle iniziative giudiziarie che quelle devianze hanno toccato e che si sono arenate per mancanza di ossigeno, ovvero di sostegno da parte di chi aveva il dovere di accompagnarle, sia a livello istituzionale (tra l’altro il sistema calcio ha sempre reagito difendendosi da queste iniziative) che mediatico. C’è stata Calciopoli, eppure c’è ancora controversia su quella vicenda, stante che è stata affrontata e risolta con un compromesso che ha lasciato strascichi che ancora pesano. Non si sa bene che fine ha fatto un’inchiesta nata a Cremona che ha messo in luce legami tra malavita, club e calciatori (oggi ci si interroga appunto sul ruolo di Genny a’ carogna…). Un’inchiesta che ha trovato tanti contrasti nel sistema calcio e che si è arenata nelle sabbie mobili nonostante avesse individuato anomalie notevoli del sistema stesso. In questo quadro va ricordato l’endorsement di Cesare Prandelli, importante per quel che rappresenta il Ct della nazionale, a favore di Simone Farina (che disse no al calcioscommesse), invitato per una banale comparsata al ritiro della nazionale e poi subito relegato al margine del sistema: nessun club italiano ha voluto più avere a che fare con lui…

Il pesce puzza dalla testa: inutile cercare di rinchiudere in gabbia qualche centinaio di criminali e sbatterne qualcuno in galera quando un intero sistema andrebbe riformato, cosa che risulta impossibile dall’interno, stante l’inanità della giustizia sportiva sul tema (tutte le inchieste sul marcio del calcio sono partite dalla magistratura ordinaria: quella sportiva non si è mai accorta di nulla prima che altri evidenziassero mali oscuri).

Ovviamente nulla di tutto questo accadrà e ci si limiterà a un giro di vite contro la violenza degli stadi. Per poi tornare a tuonare contro le tifoserie violente al prossimo episodio di cronaca nera, o peggio. Cosa che rischia di avverarsi quanto prima, dal momento che sugli ultras spirano venti di vendetta.