3 Aprile 2014

Valls, la sinistra e la guerra siriana

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Manuel Valls è il nuovo primo ministro francese a seguito della disfatta dei socialisti nelle ultime elezioni amministrative, tenute domenica 30 marzo. Si è parlato molto in questo frangente dell’ascesa del partito di Marine Le Pen, del pericolo rappresentato dal suo populismo. In realtà quel che è accaduto in Francia non lascia tranquilli per altri versi. Infatti Valls, spagnolo ma francese di adozione, ex ministro degli Interni, durante la presidenza Hollande ha incarnato, insieme al ministro degli Esteri Laurent Fabius, un’idea di grandeur fondata sulla riconversione in chiave imperialista e neocolonialista della politica estera francese, in stretto rapporto con gli ambiti neocon Usa. Di fatto una politica di potenza in linea con quella adottata sotto la presidenza di Sarkozy, protagonista della guerra contro Gheddafi. Una connotazione già presente, ma sottotraccia, nella presidenza Hollande, come avevano denunciato, allarmati, alcuni analisti e politici (francesi e non) al tempo dell’intervento in Mali dell’inizio dello scorso anno.

Duro nella gestione del suo ministero (suscitò scalpore l’episodio della bambina kosovara espulsa dalla Francia per irregolarità del suo status), ha usato il pugno di ferro contro rom, immigrati e altre fasce deboli del sistema, incarnando un decisionismo assertivo e dai modi eleganti. Anche per questo è stato definito il nuovo Sarkozy, anche lui giunto al potere dopo il mandato al ministero degli Interni.

Allo stesso tempo, Valls appartiene a quella élite del socialismo francese che ha accantonato le storiche riserve verso il liberalismo per abbracciarne con entusiasmo la portata “progressista”. Un modello che si richiama, mutatis mutandae, al new labour di Tony Blair; non per nulla del nuovo governo fa parte anche l’ex moglie di Hollande, quella Ségolène Royal che ha sempre indicato in Blair il suo astro di riferimento. Strano destino quello della terza via londinese, perdente in madrepatria, ma vincente in quell’ambito continentale dal quale ha sempre rimarcato distanze.

Insomma, in Francia si sta ripetendo, con minor carica umoristica, quel che si è consumato in Italia, dove la leadership della sinistra è divenuta appannaggio di persone con connotazioni di destra. Così, come nel Belpaese Renzi sta a Berlusconi, in Francia Valls sta a Sarkozy (tra l’altro anche Renzi ha in Blair il suo modello ideale). È un vento nuovo che spira in Europa, che sembra voler cambiare i termini del confronto politico degli ultimi centocinquanta anni: non più una competizione tra destra e sinistra, ma tra partiti di destra con accenti diversi. In questo momento di crisi generale, dove le fasce medio-basse sono strette dai morsi dell’impoverimento, se non dell’indigenza, è invero preoccupante. Proprio in un momento in cui ci sarebbe maggiore necessità di un contraltare allo strapotere delle oligarchie post capitaliste, i partiti che storicamente hanno rappresentato, pur con tragici errori, i diritti dei più indifesi, sono sulla difensiva, tanto da dover ricorrere a personaggi con connotazioni di destra per sopravvivere. Un cambiamento epocale, che si palesa anzitutto nei Paesi dove la contestazione del ’68 è stata più forte, ovvero l’Italia e la Francia. Abbiamo scritto altrove come la pulsione rivoluzionaria del ’68 fosse, prima che una rivoluzione anticapitalista, un movimento fondato sull’idealismo hegeliano contrapposto al marxismo, che pure dall’idealismo hegeliano nasceva per opposizione. Un movimento di contestazione che ha incalzato, fino a eroderne le basi ideali, la sinistra storica, per dar vita a una nuova sinistra dove alla difesa delle fasce deboli e delle minoranze si è sostituito altro e più vago; ma soprattutto si è cercato, in nome del progresso, una riconciliazione con le élite imprenditoriali-finanziarie un tempo considerate antagoniste, oggi come un indispensabile rapporto per arrivare al governo. Un abbraccio mortale per la sinistra storica, che si è rivelata incapace di instaurare un dialogo che non fosse subalterno con tali élite.

Ed è significativa, in questo senso, la parabola di uno dei massimi esponenti del ’68 francese, il filosofo Bernard-Henry Lévy, che dalla contestazione anticapitalista è divenuto, negli ultimi anni, il più strenuo sostenitore, e cantore, delle guerre neocon: dall’Iraq alla Libia e oggi la Siria.

Già, la Siria: il Presidente Hollande ha più volte invocato l’intervento occidentale nel teatro di guerra siriano per porre fine al regime di Assad, anche in contrasto con altri leader occidentali. Idea infausta, non solo per i costi umani dell’operazione, ma perché lascerebbe campo libero ai tagliagole di Al Qaeda, sostenuti dall’Occidente e dai Paesi del Golfo, che già imperversano sul terreno; e perché incendierebbe l’intero Medio Oriente se non il mondo. Ma Hollande è figura politica di scarso peso e poco decisionista, almeno secondo i suoi innumerevoli critici che hanno visto nella sconfitta del partito socialista alle recenti elezioni una conferma alle loro opinioni. Lo stesso Hollande, nel momento di dare l’incarico all’ex ministro degli Interni ha affermato di aver «capito il messaggio». Da qui la nomina a primo ministro di un leader più assertivo: Manuel Valls appunto. Se Hollande sembra ossessionato dalla questione siriana, l’ala neocon del socialismo francese non lo è certo di meno. E la nomina di un neocon a primo ministro potrebbe rafforzare questa spinta interventista. Occorre ricordare che al tempo della guerra libica, Sarkozy, come detto omologo di Valls per parte destra, forzò la mano ai suoi alleati, inviando per primo i suoi mirage a bombardare Tripoli. Hollande, al momento di nominare Valls, ha parlato di un «governo da combattimento»: una frase che, alla luce di quanto scritto, sembra assumere un suono sinistro.

Queste le premesse del nuovo governo francese. Anche se la politica è mutevole e dare per scontato, date certe linee pregresse, gli sviluppi successivi, è facile esercizio, ma può condurre a errori di valutazione. Anche perché l’ascesa di Valls è coincisa con la nomina a ministro dell’economia di Arnaud Montebourg, esponente della sinistra del partito, cosa che indica una sorta di compromesso, se al ribasso o al rialzo si vedrà, tra le due anime del partito socialista transalpino.

E veniamo a un’altra elezione, più lontana dall’Europa, ma più vicina al luogo nel quale si stanno incrociando i destini di tante vite umane, e forse del mondo. Domenica il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha vinto elezioni amministrative considerate un test decisivo sulla sua persona e sulla sua politica. Ne riparleremo in altra sede e più in dettaglio. Quel che qui preme sottolineare è che tale vittoria è avvenuta pochi giorni dopo la diffusione via web di una registrazione che riportava una conversazione tra esponenti del governo e delle forze armate turche tesa a “costruire” un pretesto per un attacco diretto contro il governo di Damasco. Subito dopo la vittoria, tra le altre cose, Erdogan ha parlato della Siria come «minaccia alla sicurezza nazionale».

Sono tempi difficili e complessi. Dopo domenica, per i siriani, sembra siano diventati ancora più difficili e complessi.