5 Marzo 2014

L'Ucraina e la nuova guerra fredda

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L’escalation in Ucraina ha un momento di tregua armata: dopo le operazioni militari, il colpo di Stato ad opera dell’opposizione e la conquista della Crimea da parte russa, tutto è fermo, sospeso, in attesa degli eventi. Washington vuole a tutti i costi tentare la via delle sanzioni, ma l’Europa non sembra intenzionata a seguirla, dal momento che dipende dalle forniture energetiche russe e questa misura, stante anche la crisi, la metterebbe in ginocchio. E senza Europa, le sanzioni Usa non avrebbero alcuna efficacia. 

Così negli Stati Uniti si studiano misure alternative: c’è chi chiede che la Russia sia espulsa dal G8; altri chiedono a Obama di aumentare le esportazioni di gas Usa in Europa per renderla meno dipendente dall’Est; altri ancora chiedono un forte sostegno militare all’Ucraina. Un’opinione espressa anche dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, l’americano di origini polacche Zbigniew Brzezinski, che ha chiesto a Obama di armare l’esercito ucraino e di mettere in allerta la Nato. Brzezinski è molto ascoltato dal Presidente degli Stati Uniti, per qualche tempo è stato anche suo consigliere informale e al tempo aveva elaborato una dottrina geopolitica che prevedeva il distacco dell’Ucraina dalla Russia come tassello fondamentale per ridurre lo storico antagonista degli Usa a una mera potenza asiatica, passo necessario per renderla insignificante nel mondo. Ovvero quel che è si è consumato in questi giorni nell’Est europeo, anche se la partita non è affatto chiusa.

Se in una conferenza stampa Putin ha parlato di un possibile intervento armato in Ucraina nel caso il nuovo corso “rivoluzionario” si renda protagonista di violenze contro la minoranza russofona, non sembra affatto propenso a mettere in atto questo proposito. Occupata manu militari la Crimea, Mosca sembra intenzionata a lasciare nelle mani all’Occidente la risoluzione del rompicapo ucraino che le manovre neocon hanno complicato ulteriormente: un Paese nel quale la cleptocrazia della politica e degli oligarchi, molti dei quali come la Timoschenko filo-occidentali, ha creato un buco spaventoso, portando il Paese sull’orlo del default. Putin può risparmiare i 35 miliardi promessi a Kiev, aspettando che sia l’Occidente a trovare i soldi necessari a risolvere la questione (ieri Kerry ha dichiarato che gli Usa sono pronti a dare 1 miliardo di dollari, ma ne servono molti, molti di più). Non solo, azzerando il privilegio energetico del quale ha beneficiato il “Paese fratello”, Putin è pronto ad aumentare il prezzo del gas fornito all’Ucraina, cosa che metterà ancora più in difficoltà Kiev e aumenterà le entrate del suo Paese. Non solo: nella conferenza stampa ha ironizzato sulle prossime “libere” elezioni ucraine, spiegando che c’è il rischio che a vincere possa essere un «nazionalistaccio antisemita». Parole tragicamente vere: se finora i media occidentali hanno messo sotto il tappeto il problema enorme del peso dei nazionalisti-neonazisti ucraini, che dopo aver vinto il braccio di ferro con Yanukovitch attualmente occupano posizioni chiave nel governo provvisorio, queste formazioni politiche restano più che popolari nell’Ucraina “liberata”. E l’aumentare delle difficoltà nel Paese le rafforzano: per gli Stati Uniti e i loro alleati sarà sempre più difficile spiegare ai loro cittadini che Hitler è meglio di Putin… 

Insomma chi ha voluto questo braccio di ferro con Putin si trova in ambasce. D’altronde i neocon sono sempre stati bravi a provocare guerre, ma sono alquanto incapaci di gestirle. Il pensiero corre alla dichiarazione del ministro della Difesa Usa Donald Rumsfeld che, al momento di muovere guerra contro l’Iraq che minacciava il mondo con le sue armi di distruzione di massa (sic), disse che quella guerra non sarebbe durata sei giorni e nemmeno sei settimane, ma non più di sei mesi (per gli amanti della numerologia 666): si è visto com’è andata a finire. In un’intervista al Corriere della Sera del 4 marzo, l’ex capo dell’antiterrorismo Usa Vincent Cannistraro ha ammesso di essere stato «sorpreso» dalla reazione di Putin (non si aspettavano che in due giorni occupasse la Crimea senza sparare un colpo) e spiega come la carta «successiva da giocare» sia l’ingresso della Georgia nella Nato, ovviamente, questo non lo spiega, occorre ribaltare la situazione anche lì, dal momento che la Georgia è filo-russa: un’altra rivoluzione colorata o qualcosa di più soft, ma evidentemente ci stanno già lavorando. Altra carta che i neocon vogliono giocare è la riduzione del prezzo dell’energia, il petrolio è in calo, così da tentare di far collassare il sistema russo. «Dobbiamo essere pronti a una nuova guerra fredda con la Russia, mi auguro non di lunga durata», chiosa Cannistraro. Tant’è.

Ironia della sorte proprio in questi giorni un inglese, lord Peter Truscott, ha presentato la candidatura del Capo dello Stato russo al Nobel per la pace perché ha sventato l’intervento militare in Siria questa estate. Già, sembra passato un secolo: solo un mese fa, grazie a quell’azione diplomatica, Putin riscuoteva consenso generale – anche se gli ha procurato nuovi e acerrimi nemici, come si è visto -; oggi il Presidente russo è il nemico numero uno di tante cancellerie che si industriano in ogni modo per distruggerlo. Ed è dipinto come l’uomo nero dai media dei Paesi occidentali. Così al di là delle sorti del campo di battaglia e del destino dei cittadini di quel povero Paese dell’Est europeo immolato – vedi nota sui cecchini di piazza Maidan – ai supremi interessi geopolitici dei neocon, il primo obiettivo di chi ha alimentato la “rivoluzione” di Kiev è stato raggiunto: Putin è stato ridimensionato e messo all’angolo. Almeno al momento.