28 Febbraio 2014

L'Ucraina, la Georgia e gli apprendisti stregoni

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«Credo che sia Yats quello con l’esperienza economica, di governo»: è un passaggio della telefonata intercettata, mandata in tutto il mondo tramite Youtube, nella quale Victoria Nuland spiegava i suoi desiderata per l’Ucraina a un funzionario Usa. Yats, come lo chiama amichevolmente il vice-segretario di Stato Usa a Kiev, è Arseniy Yatseniuk ed è, coincidenza, il nuovo leader dell’Ucraina liberata dall’oppressore russo, eletto direttamente da piazza Maidan.

Avrà problemi, Yatseniuk, perché si trova ad affrontare emergenze di non poco conto. Anzitutto c’è la questione economica: lo Stato è sul lastrico e servono soldi, tanti soldi, per evitarlo. Il Fondo monetario internazionale si è offerto di aiutare, stante la scarsa liquidità dell’Europa, ma come al solito chiede in cambio lacrime e sangue, come si traduce in lingua volgare la formula «riforme strutturali».

Se i finanziamenti del Fmi basteranno a evitare il disastro è tutto da vedere. Anche perché oltre al crollo economico (l’Ucraina è sull’orlo del default), si accompagna a una situazione sociale esplosiva. Il governo golpista, o rivoluzionario che dir si voglia, deve ancora prendere in mano le leve del potere in una situazione fluida e conflittuale.

Ad aumentare i problemi economici potrebbe essere la Russia: fin qui ha permesso che il suo gas giungesse al Paese confinante a prezzi stracciati, ma ora che l’Ucraina non è più un partner privilegiato le cose potrebbero cambiare.

Il rapporto con il potente vicino è infatti un’incognita. La Russia non ha digerito le ingerenze Usa in Ucraina: ha dato asilo all’ex presidente ucraino Viktor Yanukovitch, inviso a Putin che lo considera un incompetente, e denuncia l’Occidente per il golpe. Yanukovicth si considera ancora presidente dell’Ucraina e vuole ancora dire la sua sulla vicenda, che non considera affatto chiusa.

Anche la Russia non considera chiusa la vicenda e mostra i muscoli, inviando alcuni carri armati simbolici a Sebastopoli e dando vita a un’imponente esercitazione militare sul confine russo-ucraino. Gli Usa tuonano contro le ingerenze russe, ma dopo quanto è successo è mero flatus vocis. C’è il problema delle province orientali dell’Ucraina, russofone, che potrebbero dar vita a una secessione.

Cosa che il governo centrale paventa come una tragica sciagura: oltre all’aspetto politico c’è da considerare quello economico, dal momento che a oriente si concentra l’apparato produttivo ucraino. La prospettiva di una secessione sembra quasi inevitabile per la Crimea, regione che Krusciov regalò sessant’anni fa al Paese confinante e che conserva rapporti privilegiati con l’ex madrepatria. Non per nulla su questa regione si concentra l’attenzione russa.

A concentrare l’interesse russo sulla Crimea c’è anche un altro motivo: a Sebastopoli è dislocata la base navale russa più importante del Mediterraneo. La Russia non può permettersi di perderla, come non può permettersi di perdere la base navale di Tartus, in Siria, anche questa sotto la minaccia di ribelli eterodiretti. In poco tempo le più importanti basi navali russe sono finite sotto scacco: per la Russia perderle vuol dire rendere insignificante la sua influenza nel mondo. Una sfida inaccettabile.

Ma la sfida non è affatto finita: il giorno dell’insediamento del nuovo governo ucraino, John Kerry è volato in Georgia e ha promesso al premier di quel remoto Paese caucasico che entro l’anno anche questo sarà associato all’Unione europea e, più tardi, alla Nato. Oltre impegnarsi per far arrivare consistenti aiuti economici.

Anche la Georgia aveva visto la sua rivoluzione colorata, simile a quella ucraina del 2004. Allora al potere era andato Mikheil Saakashvili, talmente ambizioso da tentare un attacco militare alla Russia. Uscita con le ossa rotte da quella folle ma lucida sfida, la Georgia, come l’Ucraina con Yanukovich, è tornata nell’aera di influenza russa.

Con la sua visita di due giorni fa, Kerry ha lanciato un altro guanto di sfida a Putin, facendo intendere che gli Usa potrebbero ribaltare anche la situazione georgiana, in una manovra accerchiante contro la Russia. È possibile che sia solo un monito per ottenere dalla Russia un ammorbidimento sull’Ucraina, ma è possibile anche che la minaccia sia reale.

Gli Stati Uniti stanno giocando col fuoco confidando nell’impossibilità di contrasto da parte russa. Legata a un modello militare di vecchio stampo, Mosca non è in grado di reagire se non con carri armati e aerei alle sfide militari moderne portate dall’Occidente con la finanza, internet, le ong e i corpi scelti di “ribelli”. Gli angloamericani confidano nel fatto che un eventuale intervento militare sarebbe disastroso per la Russia – su tutti i piani – come ben sanno sull’altra sponda.

Però potrebbe diventare inevitabile. Facciamo un po’ di fantapolitica: l’Ucraina sotto le strette economiche potrebbe precipitare nel caos, lasciando nuovi spazi di manovra all’unica forza organizzata del Paese, i neonazisti, che, usati per cacciare Yanukovich, sono stati inglobati nel nuovo corso politico. Una nuova potenza nazionalista con venature naziste nel cuore dell’Europa sarebbe un incubo per la Russia e per il resto dei Paesi europei. Che renderebbe possibile quel che oggi non lo è: una guerra a Est che precipiterebbe l’intero Vecchio Continente.

La situazione finanziaria va male in Occidente, né si vedono al momento vie di uscita che possano assicurare una stabilità vera e una nuova prosperità. E l’ascesa economica della Cina, legata a doppio filo con Mosca, pone un’ulteriore minaccia all’Occidente. Da qui un agitarsi frenetico delle diplomazie occidentali, nel tentativo di frenare l’ascesa delle potenze emergenti e guadagnare nuove risorse.

Ma il rischio che soffiando sul fuoco la situazione degeneri è altissimo. A cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale ancora ci si interroga sul perché il mondo sia precipitato in un abisso che nessuno voleva. E ancora: quando Hitler prese il potere c’è chi vide nell’oscuro imbianchino austriaco un baluardo alla Russia bolscevica e ne sostenne l’ascesa. Poco lungimiranti allora, poco lungimiranti oggi.