25 Febbraio 2014

Il governo del giovane Renzi

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Ottiene la fiducia il governo di Matteo Renzi, anche al Senato che intende dismettere. Incassa complimenti a mani basse, in particolare quelli dell’ex premier britannico Tony Blair e del premier israeliano Bibi Netanyahu, i primi a felicitarsi per la sua riuscita e, in Italia, l’entusiastico endorsement di Giuliano Ferrara (teocon con l’aspirazione di insegnare il Credo agli Apostoli). Un governo nuovo che annovera figuranti di belle speranze e di nessuna esperienza, che lascia ampio spazio di manovra ai poteri forti, nazionali e internazionali, che hanno puntato sul sindaco di Firenze. Agli Interni resta Angelino Alfano che non ha il quid e neppure Berlusconi alle spalle; Guardasigilli è tal Andrea Orlando le cui idee di riforma della Giustizia, come ha ricordato la Stampa di ieri, erano a suo tempo state esposte sul Foglio di Ferrara; al lavoro Giuliano Poletti, che sembra avere un minimo di rapporto con il mondo reale, quello delle cooperative; all’economia Padoan, nome scelto da Napolitano, il quale ha diretto la Fondazione Italiani Europei di Massimo D’Alema e Giuliano Amato dal 1998 al 2001; agli Esteri la giovane Federica Mogherini, rapporti atlantici ma inesperienza pura: il suo ministero sarà guidato dagli uomini nell’ombra di Renzi (Marco Carrai, rapporti con la destra americana e israeliana e il sempreverde Michael Ledeen, uomo dell’apparato Usa e dei misteri del caso Moro). Gli altri ministeri sono stati consegnati a Confindustria e al nuovo centro, ma hanno meno peso.

Renzi ha parlato al Parlamento, ma è difficile capire cosa farà realmente dal momento che il suo parlare è alquanto contro-verso, un po’ come i suoi slogan elettorali («L’Italia cambia verso», «Lamentarsi – cambiare» e amenità simili). Proviamo a cercare di capire seguendo il ragionamento di un suo grande elettore, Alan Friedman, che con le rivelazioni piombate a bomba sul Quirinale, contenute nel suo libro Uccidiamo il Gattopardo, ha convinto Giorgio Napolitano a chiudere in fretta e furia il capitolo Letta. In un fondo del Corriere della Sera del 17 febbraio, il giornalista americano spiega che ai tagli delle tasse e della spesa pubblica (ormai inevitabili, stando il coro unanime in tal senso, al quale si è unita la Confindustria), c’è da affiancare una riforma del mondo del lavoro, in modo da rendere «più facili le assunzioni in tempi buoni e l’interruzione dei rapporti di lavoro in tempi di crisi»: siamo in tempo di crisi, quindi vale la seconda opzione. In questo senso, il cronista ha portato come esempio l’Inghilterra di Blair e gli Stati Uniti di Clinton, suoi fari ideali (come anche del sindaco fiorentino). Scrive Friedman: «nei miei colloqui che ho avuto con Renzi per il mio nuovo libro ho chiesto al sindaco di Firenze, nel novembre scorso, perché in Italia sembra così difficile concepire una politica economica di tipo clintoniano o blairiano, con elementi di liberalismo che comprenda anche la tutela della fascia più debole […]: “Non so perché sia stato così difficile fino a ora», mi ha risposto Renzi, “ma io sono convinto che sarà facile provarci per i prossimi mesi”». Dove significativo, quanto irridente, appare quell’accenno alla tutela delle fasce più deboli da parte delle politiche clintoniane e blairiane, che di fatto hanno consentito la nascita di quella finanza speculativa internazionale che sta stritolando interi popoli. Da notare anche l’accenno alla tempistica: questo colloquio tra il giornalista e il sindaco fiorentino avviene nel novembre scorso, momento nel quale si è deciso il destino di Letta.

L’articolo di Friedman contiene altri cenni interessanti: dal necessario cambiamento al titolo V della Costituzione, grimaldello per cambiare la Carta fondativa della Repubblica; alla necessità di «risparmi massicci» sulla sanità attraverso una centralizzazione dei servizi senza nuocere ai servizi stessi (con tagli «massicci»? Quindi ai privati?). E poi la richiesta di un «abbattimento del debito che sfrutti il patrimonio pubblico senza svenderlo»: ovvero privatizzazioni che, data la natura “coloniale” del governo, sarà difficile possano essere realizzate senza svendite.

Ma quel che sembra stare molto a cuore a Friedman è la riforma, ennesima, del sistema pensionistico, che segue l’«efficace riforma Fornero» (quella degli esodati, per intenderci), in merito alla quale il cronista americano chiede che il nuovo governo trovi «incentivi per incoraggiare fondi pensione privati» (parte della finanza speculativa che imperversa nel mondo lavora con questo tipo di fondi).

C’è da vedere se i desiderata di Friedman saranno coronati da successo o troveranno ostacoli in un Parlamento dove il Pd, il partito che più dovrebbe sostenerlo, è per larga parte rappresentato da bersaniani e dalemiani.

Sul governo Renzi si segnala anche l’editoriale di Eugenio Scalfari di domenica scorsa. Il direttore di Repubblica si interroga sulla tempistica dell’ascesa al governo del sindaco di Firenze, spiegando come l’accelerazione della fine del governo Letta possa essere legata al fatto che «a metà agosto si sarebbe consolidata la fine delle recessione», alla quale sarebbero conseguiti i primi segnali di una ripresa reale del Paese. Insomma, il sindaco di Firenze si appresta a raccogliere i frutti che altri hanno seminato, incassando consensi facili ed evitando, come accenna Scalfari, che un successo di Letta facesse ombra alla sua ascesa politica.

Simpatico il finale dell’editoriale, che paragona il poliedrico Matteo nazionale a Mario, protagonista della Tosca: «Era molto ardito quel fantasioso pittore che amava la bruna, sognava la bionda e intanto cospirava con i repubblicani per buttare giù il Papa. Alla fine fu fucilato e gettato nel Tevere. Segno che troppe cose insieme non si possono fare».