15 Febbraio 2014

Il Libano ritrova l'unità nazionale

di Renato Piccolo
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Michel Aoun

Dieci mesi di trattative, che fino a pochi giorni fa sembravano sul punto di interrompersi. Alla fine però i partiti libanesi ce l’hanno fatta: stamattina, 15 febbraio, è stata annunciata la nascita di un nuovo governo di unità nazionale. Mentre di là dal confine, in Siria, la guerra continua (e i negoziati di Ginevra rischiano di incagliarsi), sunniti, sciiti e cristiani tornano a governare insieme il Libano.

Trovare un punto d’equilibrio non è stato semplice. C’erano da bilanciare gli interessi di tre gruppi: quello formato dai sunniti vicini all’ex premier Saad Hariri, alleato dell’Arabia saudita, e dai cristiani delle Forze libanesi, guidati dalla famiglia Gemayel; la coalizione tra gli sciiti di Hezbollah, alleati dell’Iran e del governo siriano, e i cristiani che fanno riferimento al Movimento patriottico di Michel Aoun; e infine il blocco “centrista” formato dal presidente della repubblica Michel Suleiman, dal premier incaricato Tammam Salam e dal druso Walid Jumblatt.

Otto ministeri per ciascun gruppo, senza scontentare nessuna minoranza religiosa. All’ultimo le trattative si erano arenate sulla questione del ministero dell’energia, decisivo per la gestione dei giacimenti petroliferi scoperti di recente al largo delle coste libanesi. Il precedente ministro era il genero e braccio destro di Aoun, Jebran Bassil, che puntava a mantenere la carica forte dei buoni risultati ottenuti, mentre i sunniti invocavano la “rotazione” dei ministeri. Alla fine Bassil prenderà in carico il ministero degli Esteri, mentre l’Energia passa ad un altro alleato di Aoun.

E pensare che fino alla scorsa settimana il blocco filo-sunnita, insieme al premier Salam, minacciava di far saltare le trattative e di provare a formare un governo senza Hezbollah e Aoun. È stato decisivo, per rimettere il negoziato in carreggiata, l’intervento del patriarca maronita Bechara Boutros Rai, unico cardinale arabo a partecipare all’ultimo Conclave.

Il 5 febbraio il patriarca ha reso pubblico un appello, una «Carta nazionale» per l’unità del popolo libanese. Il solo modo per salvare il pluralismo della società libanese – ha scritto Rai – è conservare la «neutralità» di Beirut sulla scena internazionale, tenendo il paese lontano «dai conflitti tra gli assi regionali e internazionali». Una equidistanza possibile solo con un governo che rappresenti tutti gli interessi e le confessioni, gli alleati di Assad e quelli dei suoi nemici.

Il Libano negli ultimi mesi è stato teatro di diversi attentati, che hanno rischiato di precipitare il Paese in una nuova guerra civile, dal momento che ognuno di questi è stato motivo di accuse incrociate tra le diverse anime della nazione. Anche per questo l’accordo raggiunto ha una portata che non è solo nazionale. Non a caso i grandi attori globali hanno giocato un ruolo non da poco durante le trattative. Sulla crisi libanese si è saldata un’alleanza per certi versi inedita tra Arabia Saudita e Francia. I due Paesi sembravano poco preoccupati di un eventuale fallimento dei negoziati: alla fine di maggio scade il mandato del presidente Suleiman, e senza la formazione di un nuovo governo sarebbe stato praticamente impossibile eleggere un successore. Poco male, avevano lasciato intendere Riyad e Parigi: se salta l’elezione, noi continueremo a sostenere il presidente in carica. L’accordo non è poi così fondamentale.

Un’ipotesi apertamente criticata dalla Carta nazionale del patriarcato maronita: ci vuole un’intesa per il governo e una nuova legge elettorale, per garantire alle istituzioni di continuare a funzionare normalmente. La diplomazia vaticana e maronita sembra aver fatto la sua parte. Il 12 gennaio Micheal Aoun è arrivato a Roma per una visita a papa Francesco. Al margine della visita in Vaticano, si è appreso qualche settimana dopo, il generale libanese ha incontrato segretamente Saad Hariri: il primo faccia a faccia tra i due dopo lungo tempo.

Ma in direzione di un accordo paiono aver lavorato anche gli Stati Uniti: a fine gennaio l’ambasciatore americano a Beirut è partito per l’Arabia Saudita, per favorire l’ipotesi di un nuovo governo; e di Libano hanno discusso Obama e Hollande nel loro recente incontro a Washington. Intanto l’Iran faceva la sua parte: il ministro degli esteri di Teheran, Javad Zarif, è stato a Beirut a metà gennaio. In quell’occasione Zarif ha parlato della necessità di «buone relazioni tra l’Iran e i paesi arabi, specialmente l’Arabia Saudita, per riportare la stabilità nella regione».

I buoni auspici dell’Iran sembrano aver giovato alla soluzione della crisi di governo in Libano. Un segnale anche per i negoziati di Ginevra sulla Siria, che purtroppo ancora stentano a decollare.