23 Gennaio 2014

Senza l'Iran non si dà pace in Siria, né in Medio oriente

Il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif

«Contrariamente a quanto suggerito dalla “comunità internazionale”, come amano autodefinirsi le maggiori potenze, la guerra in Siria non è solo né soprattutto fra governo e opposizioni interne in esilio. Il conflitto è molto più profondo e più ampio. È soprattutto una proxy war, una guerra indiretta tra Iran e Arabia Saudita per l’egemonia del grande Levante: dal Libano all’Afghanistan al Pakistan, tutta la penisola arabica compresa. A vari gradi di intensità. Essa oppone anzitutto la maggioranza sunnita (centrata su Riyad) alla consistente minoranza sciita (imperniata sull’Iran ma diffusa financo in Arabia Saudita e nelle altre petromonarchie del Golfo). Una storia di secoli tornata d’attualità dopo la fine della guerra fredda. In secondo luogo essa riguarda lo stesso campo sunnita, che nella sua frammentazione clanico-tribale-etnica è incomprimibile in un unico fronte». Così sulla Repubblica del 23 gennaio (L’inutile vertice sulla Siria).

L’articolo si conclude in questo modo: «Se appare improbabile convocarvi [al tavolo dei negoziati ndr.] ogni capo jihadista, serve però che di fronte all’Arabia Saudita sieda l’Iran. Perché solo una trattativa diretta tra Ryad e Teheran – favorita dagli occidentali e  dalla Russia e non ostacolata da Israele – sulla Siria e su tutte le maggiori questioni che insanguinano la casa dell’Islam, può mitigare il massacro in corso e contribuire a rendere meno oscuro l’orizzonte nella regione più instabile del mondo».

Nota a margine. Se la ricostruzione sul conflitto sunnita-sciita appare lacunosa, dal momento che occorrerebbe analizzare anche la politica neocon che ha imperversato nel post l’11 settembre (la Siria già allora era stata catalogata come Stato canaglia e non aveva avuto nessun ruolo nell’attentato alle due Torri…), appare nondimeno di certo interesse per quanto riguarda il quadro globale dello scontro in atto. In particolare la parte finale dell’articolo non solo è ragionevole, ma appare come l’unica strada percorribile per giungere alla pace. Aver affondato preventivamente la presenza iraniana a Montreux è stata la più grande vittoria conseguita dai costruttori di guerra in questa nuova fase di negoziati che si sta svolgendo in Svizzera.