22 Gennaio 2014

Rottura nel Pd, Cuperlo lascia

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Gianni Cuperlo lascia la presidenza del Pd in disaccordo con Matteo Renzi: è la notizia che sta polarizzando il dibattito politico italiano e che vede la minoranza del Pd in aperta rottura con il nuovo che avanza. Tanti i motivi di frizione, uno su tutti la volontà del nuovo segretario di imporre a tutti la sua linea, senza curarsi di cercare compromessi se non con chi, leggi Berlusconi, si trova in una posizione di tale inferiorità – dopo le note vicende giudiziarie – da dover accettare sine glossa le condizioni del vincitore.

Le dimissioni di Cuperlo avvengono in una data fatidica, ovvero il 21 gennaio: in questa data, era il 1921, gli scissionisti dal partito socialista fondarono il partito comunista italiano. E l’ipotesi di una scissione nel Pd aleggia, anche se oggi appare ancora impossibile, dal momento che la minoranza del partito è forte in parlamento e intende far valere i propri numeri in quella sede, nel tentativo di ostacolare la corsa solitaria dell’uomo del destino.

La novità invece è un’altra: se l’intenzione di Renzi, e di Berlusconi a ruota, appariva finora la corsa a nuove elezioni, oggi un’ipotesi del genere lascia il campo ad altre prospettive. Trattative sottotraccia sembrano correre tra il sindaco di Firenze e il Colle nell’idea di allungare i tempi della legislatura (rimpasto, Letta bis o altro). Un’ipotesi che al momento Renzi non scarta più, date le tante resistenze che incontra.

Per Napolitano si tratterebbe di dare la sua benedizione a una nuova stagione di pacificazione sotto altri profili e altre prospettive, prendendo atto che i protagonisti dell’accordo nazionale sono cambiati. La stabilità ad ogni costo, anche accettando le condizioni di quel mondo che ha mandato all’aria l’ipotesi sulla quale aveva trovato una larga convergenza. Vedremo se e come si dipanerà questa ulteriore trattativa riservata, ben più importante di quella palese messa in scena al Nazareno nell’incontro tra Renzi e Berlusconi. 

Nel frattempo il dibattito verte sulla legge elettorale. Due i veri nodi della questione, al di là delle formule esoteriche della norma in questione, quell’italicum che ricorda il più inquietante Italicus, di triste memoria: le preferenze e la soglia di sbarramento per accedere al parlamento.

Sulle preferenze c’è una sentenza della Corte costituzionale da rispettare: sul punto i protagonisti dell’accordo hanno raggirato quel pronunciamento, con supponente noncuranza. D’altronde fu lo stesso Napolitano, al tempo, con un intervento non in linea con i poteri che la Carta attribuisce al Presidente della Repubblica, a dire subito che il Paese non poteva tornare al proporzionale. Un intervento irrituale per una persona che, nella forma, è sempre sembrato attento a rimanere in linea con le prerogative a lui attribuite e che dovrebbero essere a garanzia della Costituzione sulla quale vigila l’Alta Corte. Inspiegabile e inspiegato, quel “pronunciamento” del Presidente ancora oggi pesa come un macigno. 

Così Renzi ha buon gioco a spiegare che si continua sulla linea di un Parlamento di nominati, persone elette in base ai desiderata del segretario di partito che compila le liste elettorali mettendo i suoi preferiti nei posti chiave. Così che il Parlamento resti una sede il cui accesso è possibile per cooptazione, un po’ come avviene nelle logge massoniche. La cosa al momento non sta bene alla minoranza del Pd, non tanto per una sana pulsione democratica – fino a ieri erano nella stessa linea – quanto perché sanno bene che nelle liste compilate dal nuovo segretario non ci sarà molto posto per loro. Il fatto che si muovano per interesse, però, non toglie nulla alla positività delle loro attuali proteste, che appartengono a una lotta per la democrazia.

Sulla soglia di maggioranza, invece, torna il refrain del ricatto dei partitini, sul quale Renzi batte come un disco rotto. D’altronde è un mantra che è iniziato a circolare già all’epoca del referendum di Mario Segni. Come se il problema dell’Italia fossero i partitini: al di là che i progetti bipolari finora attuati hanno fatto fiorire molti più partitini di quanti ne abbia mai conosciuti la prima repubblica, resta che i piccoli partiti spesso sono stati una ricchezza per l’Italia. Si ricordino i repubblicani, i liberali, la Lega (che all’inizio, prima della sua degenerazione, pose il problema del Nord sul quale tutti convennero), i radicali con le loro battaglie, condivisibili o meno, che hanno cambiato il volto del Paese e altri.

Non è tanto il problema dei partitini quello che attanaglia la politica italiana, quanto quello di non saper governare la diversità, cosa che appartiene all’arte della politica; come insegnò esemplarmente De Gasperi quando, con la Dc in maggioranza assoluta, aprì il governo a partiti minoritari. E quello della degenerazione della politica, che da funzione di governo del Paese si è ridotta a un simulacro; un teatrino dietro il quale si intravedono i fili mossi da altri poteri ben più forti, che, nell’inanità e nella stoltezza di gran parte dei classe dirigente e intellettuale italiana, hanno dilagato occupando spazi prima negati. Il reuccio di Firenze è il rappresentante più riuscito di questo nuovo modello politico. Un modello prêt-à-porter i cui aspetti caricaturali danno la misura della tragedia che ha consumato, sta consumando, l’Italia.