13 Gennaio 2014

Sharon, il falco che aveva compreso i limiti dell'uso della forza

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Sharon è stato «l’uomo dietro la guerra del Libano. Ed era lui il più attivo ed efficiente fondatore di insediamenti. Benché li avesse fondati non per motivi religiosi ma a causa delle sue convinzioni politiche e per ragioni di sicurezza, così facendo ha creato una situazione che sarà molto difficile riportare al suo stato precedente. Ma al culmine della sua carriera, quand’era primo ministro, Sharon ha subito una metamorfosi. L’uomo più aggressivo del nostro esercito e della nostra politica ha compreso i limiti dell’uso della forza. È divenuto più riflessivo e pragmatico. Ha capito che l’occupazione e gli insediamenti sono dannosi per Israele e ha intrapreso e attuato il disimpegno dalla Striscia di Gaza. Quando oggi guardo alla politica estera israeliana vedo rappresentanti della destra, in parte razzisti, che sbraitano con una retorica arrogante e messianica e rabbini che dicono loro cosa fare. A sinistra vedo gente senza mandato elettorale e, purtroppo, incapace. Nel panorama politico odierno non c’è nessuno che abbia il coraggio, la determinazione e l’abilità pragmatica di Ariel Sharon. Ed è ironico e doloroso che per uscire dal fango in cui Ariel Sharon ci ha fatto sprofondare avremmo bisogno di un leader con le capacità di Sharon». A scrivere queste righe, in memoria di Ariel Sharon morto l’11 gennaio scorso dopo lungo coma, è Meir Shalev, in un articolo riportato sul Corriere della Sera due giorni dopo.

Dimentica Sabra e Chatila Meir, e altro e doloroso legato alla figura dell’ex premier israeliano che ha condiviso con George W. Bush la tragica stagione neocon (gli incontri tra i due avevano cadenza quasi mensili). Ma spiega bene la sua parabola, ancora più significativa dati i precedenti. E che poteva essere di qualche insegnamento per la destra israeliana, per la quale, al tempo, era diventato il nemico pubblico numero uno. Così non è stato. Ma la speranza non è morta l’11 gennaio scorso.