23 Dicembre 2013

Il conflitto in Sud Sudan e l'espansione dell'islamismo radicale

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«Dopo Mali e Centrafrica la profonda instabilità che stra attraversando il Sahel ha ora toccato il Sud Sudan […] aggiungendo così un’altra ferita a una regione dell’Africa attraversata da crisi e scontri aperti tra popolazioni e comunità religiose diverse». Così sul Corriere della Sera del 22 dicembre Roberto Tottoli commenta il nuovo conflitto che scuote il Sud Sudan, Stato di recente creazione nato dalla separazione dal Nord islamico. Di recente il Paese è sconvolto da un conflitto che oppone le due etnie più importanti, i Dinka e i Nuer. Uno scontro che «mina il precario e recente equilibrio e rischia di trascinare il Paese in una lunga e sanguinosa guerra civile».

Scrive Tottoli: «Tutto ciò accade in un’ampia regione dell’Africa sub-sahariana dove lo scontro religioso e l’avanzata dell’islam politico ha raggiunto la Repubblica centrafricana. Il confine dell’islamizzazione che corre dal Senegal alla Somalia negli ultimi anni ha visto accrescersi conflitti che hanno diffuso in una zona sempre più ampia conflittualità e contrapposizioni religiose e ha anche permesso le penetrazioni qaediste. Non è ancora il caso del Sud Sudan, ma questa crisi potrebbe trascinare anche questa regione nei conflitti regionali o offrire rifugio e terreno ai fattori di instabilità delle nazioni circostanti».

Di notevole interesse, il quadro disegnato dal Tottoli, al quale permettiamo aggiungere una nota: il sanguinoso conflitto che contrappose per decenni il Sud Sudan al Nord aveva come punto di attrito principale il controllo dei ricchi giacimenti di petrolio (ai quali non erano estranei interessi di potenze occidentali). Non è impossibile che l’oro nero sia ancora alla base dei nuovi scontri sudanesi. Il gigante africano, tra l’altro, ospitò a lungo Osama Bin Laden, quando ancora era un agente degli Stati Uniti: un precedente che proietta ulteriori nubi inquietanti sul futuro.