22 Dicembre 2013

Un assaggio di paradiso

di Maria Piera Iannotti
Tempo di lettura: 7 minuti

Restajeno ‘ncantate a boccapierte, pè tanto tiempo senza dì parola, po jettano, lacremanno, nu suspiro pè sfoca, da dint’o core, cacciajenno a migliara atte d’amore”. Così scrisse Sant’Alfonso Maria de’ Liguori nel 1758, in una sestina del suo inno natalizio, per raccontare l’arrivo dei pastori alla grotta di Betlemme, del loro stupore dinnanzi al bambinello Gesù, “gioia mia”. Lo stesso stupore di ogni bambino, che con tenerezza, diceva Alfonso, volge gli occhi al “ninnillo” nella mangiatoia del Presepio.

L’origine del Presepio è assai difficile da chiarire. Sin dal IV secolo D.C., a Natale, nelle catacombe di Roma venivano esposte immagini religiose, che acquisivano e riproducevano caratteri e figure via via più popolari. Nel X secolo gran parte dell’Europa conosceva il Presepio. 

“Padre” del Presepio è comunque considerato san Francesco d’Assisi che, nel lontano Natale del 1223, portò in una grotta a Greccio, sulla strada verso Rieti, il bue e l’asinello e «predicò sulla Natività del Re povero».

È a Santa Maria Maggiore, a Roma, nella Cappella Sistina, una meraviglia tra le più antiche: una casetta che, con statue in prezioso alabastro, presenta l’adorazione dei Magi. Fu realizzata da Arnolfo di Cambio nel 1289 e donata dallo scultore alla basilica.

Con la riforma, furono i gesuiti a valorizzare il Presepio così che la tradizione si estese rapidamente in ogni parte dell’Europa cattolica (la Spagna in primo luogo). Grazie a questo impulso, la rappresentazione della Natività uscì dalle chiese ed entrò nelle case della gente comune come nei palazzi dell’aristocrazia, anche se qui più oggetto di culto capriccioso e mondano mentre nelle prime divenne presto irrinunciabile consuetudine. Il ‘700 fu il secolo d’oro dell’arte del Presepe in Italia e Napoli divenne il maggior centro del suo fiorire, proprio quando la tradizione cattolica era incalzata dall’illuminismo. La città partenopea, nulla curandosi della predicazione contro la “superstizione” ad opera dei lumi, divenne il cuore dell’arte del Presepe: gli artisti, creatori delle statuine, posero intorno a grotte in rovina figure di contadini, di miseri, di mandriani, di patrizi, tutti in adorazione, tutti ugualmente partecipi del Mistero.

E il centro di questa attività divenne una delle zone più povere di Napoli, via di San Gregorio Armeno, un tempo congiungimento dei decumani, dove il XV° vescovo di Napoli, san Nastriano, aveva fatto costruire le terme dei poveri, alle quali più tardi si aggiunse il Banco del popolo, creato per sovvenire ai miserabili, e la Casa degli incurabili (nella quale san Gaetano di Thiene pose uno dei primi Presepi di Napoli nel 1534 circa, di rara bellezza). Una via che sotto la dominazione spagnola era stata prolungata fino a congiungersi ai Quartieri Spagnoli che oggi ospitano i più poveri di Napoli. In questo angolo della città la nascita di Gesù, come diceva un artigiano famoso di quel tempo, Perrone, fu tradotta in dialetto napoletano.

La strada prende il nome dalla chiesa che vi sorge, affiancata da uno splendido monastero, dove le reliquie di San Gregorio d’Armenia sono state onorate e venerate dal popolo napoletano fino al 2001, anno in cui Giovanni Paolo II le ha restituite al novello Stato armeno che festeggiava i 1700 anni della sua cristianizzazione.

È un antico vicolo, stretto, con botteghe artigianali, dove il rumoroso sottofondo della città fa compagnia, dove “u prebbio” è divenuto anche mezzo di sostentamento: qui da secoli si costruiscono i presepi e le annesse statuine, che possono essere di creta, anche brutte, un po’ “scassate” magari, ma garantite da un’appassionata tradizione.

Carlo III di Borbone amò il Presepio più di tante altre cose, magari più necessarie, e fece in modo che tanti artisti e artigiani della città partenopea dedicassero parte della loro attività, con grande cura e precisione, alla creazione e alla riproduzione in piccolo di tutti gli aspetti della vita quotidiana del popolo; e volle che le statuine ne incarnassero lo sfarzo e la povertà, il suo lato gradevole e quello più spregevole, la sua allegria e il suo dolore. Apparvero personaggi come i nani, le donne con il gozzo, i pezzenti, i tavernari, gli osti, i ciabattini, ovvero la moltitudine degli umili e dei derelitti, le persone tra le quali Gesù è venuto nel mondo.

Benino (o Benito) è il pastore che dorme, colui che sogna il presepe, in riferimento all’annuncio dell’angelo ai pastori dormienti (ma piace pensare anche che chi ha creato questo pezzo immancabile del Presepe napoletano avesse nel cuore il salmo: «Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno»). Il vinaio rappresenta la “rivoluzione” dell’ultima cena: infatti il pane e il vino richiamano l’Eucarestia e sono sempre sul banco del piccolo venditore di vini. Il pescatore è figura del “pescatore di anime”, Gesù e il pesce, a questo associato, è stato uno dei primi simboli cristiani per rappresentare Cristo. I due compari sono la personificazione della Festa (Carnevale) e della Morte; i mendicanti richiamano alla memoria i defunti che implorano la preghiera dei vivi. Stefania, la donna con il bimbo in braccio, è il segno della novella serenità: la leggenda racconta che, essendo vergine ed essendo vietato alle vergini non sposate visitare la Madonna e il Bambino Gesù, ella avvolse in fasce una viva pietra, fingendo che fosse un neonato e si presentò dinnanzi alla grotta. Alla pietra, per miracolo, Gesù diede vita. Il monaco, posto sempre in prossimità di un’osteria, è l’emblema della corruzione temporale della Chiesa. I corsi d’acqua, ricreati con impareggiabile maestria, non devono mai mancare: essi sono la purificazione del Battesimo. Così come il castello è allusione al regno di Erode e le rovine che lo circondano esprimono il tramonto della civiltà pagana, contrapposta alla grotta, dove riluce “o sole bambino”, in cui nasce la nuova fede. La zingara è il simbolo del dramma della passione: ella porta un cesto con del ferro, metallo adoperato per forgiare i chiodi della crocifissione, presagio del futuro dolore di Gesù.

Carlo III di Borbone fu uno sfaccendato (come dicevano i cittadini del tempo), ma avviò questa tradizione a ricorso annuale, alla quale re Ferdinando diede ancora più impulso sollecitando l’elaborazione di piccole e grandi meraviglie. Le prime ad apparire furono figure patrizie, ricche, con abiti sontuosi e ricercati, poi, via via, le statuine presero a raffigurare il popolo minuto, perché fu evidente che solo così Napoli avrebbe fatto suo il Presepio, ritrovando se stessa di fronte alla grotta. 

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, santo particolarmente caro al cuore dei napoletani, ebbe una particolare devozione per la Natività del Signore Gesù, consegnata a noi nei suoi canti natalizi. Universalmente noto è Tu scendi dalle stelle, ma la struggente tenerezza con la quale sant’Alfonso contemplava il Bambino Gesù sta forse più nel meno noto Quando nascette Ninno, in dialetto napoletano. E tutta in quella parola, priezza, usata più volte dal santo per descrivere la felicità di quella notte benedetta: la priezza è la gioia innocente che nasce nel cuore spontanea, improvvisa,  come la contentezza dei pastori descritta in maniera mirabile nel canto: «Zombanno, comm’a cierve ferute, correttero i pasture a la capanna; là trovajeno Maria co Giuseppe e a iogia mia; e ‘n chillo viso provaieno no muorzo e Paraviso». Bella anche la parola usata dal santo: non “trovarono”, ma “provarono”, come di qualcosa che si gusta. No muorzo, un assaggio appunto.

Dolcezza ineffabile: «la terra è arreventata paraviso».

Questo il testo di Quando nascette Ninno. È un po’ lungo, ma c’è tutto il tempo di Natale per leggerlo… (per ascoltare la canzone – non integrale – cliccare qui).

 

Quanno nascette Ninno a Betlemme
era nott’ e pareva miezo juorno.
Maje le stelle – lustre e belle
se vedèttero accossí:
e ‘a cchiù lucente,
jette a chiammà li Magge a ll’Uriente

De pressa se scetajeno l’aucielle
cantanno de na forma tutta nova:
Pe’ nsi’ ‘agrille-co’ li strille,
e zombanno ‘a ccá e ‘a llá:
È nato! È nato!
decévano – lo Dio che nce ha criato! –

Co’ tutto ch’era vierno, Ninno bello,
nascettero a migliara rose e sciure
Pe’ nsi’ ‘o ffieno sicco e tuosto,
che fuje puosto – sott’a te,
se ‘nfigliulette
e de frunnelle e sciure se vestette

A no paese che se chiamma Ngadde,
sciurettero le bignè e ascette ll’uva.
Ninno mio sapuretiello,
rappusciello – d’uva si’ Tu
ca, tutt’ammore,
faje doce ‘a vocca e po’ ‘mbriache ‘e core.

No nc’ cerano nnemmice pe la terra,
la pecora pasceva co lione;
co o crapette – se vedette
o liupardo pazzeà;
l’urzo o vitiello,
E co lo lupo ‘n pace o pecoriello.

Se rrevotaje ‘n somma tutt’ o Munno,
lu cielo, a terra, o mare, e tutt’ i gente.
Chi dormeva – se senteva
‘npiett’ o core a pazzeà;
pe la priezza,
E se sonnava pace e contentezza.

Guardavano le ppecore i Pasturi,
e n’ Angelo sbrannete cchiù d’o sole.
Comparette – e le dicette:
no ve spaventate no;
contento e riso:
la terra è arreventata Paraviso.

A buie è nato ogge a Bettalemme
du munno l’aspettato Sarvatore.
dint’ i panni o trovarrite,
nu nipote – maje sgarrà,
arravugliato,
e dinto a lo Presebbio curicato.

A meliune l’Angiule calate
co chiste se mettenten’ a cantare:
Gloria a Dio, pace ‘n terra,
nu cchiù guerra – è nato già
lo Rre d’amore,
che dà priezza e pace a ogni core.

Sbatteva o core mpietto a ssi Pasture;
e l’uno ‘n faccia all’auto diceva:
che tardammo? – Priesto, jammo,
Ca mme sento scevolì
pe lo golìo
che tengo de vedé sso Ninno Dio.

Zombanno, comm’a cierve ferute,
correttero i Pasture a la Capanna;
là trovajeno Maria
co Giuseppe e a iogia mia;
e ‘n chillo viso
provaieno no muorzo e Paraviso.

Restajeno ‘ncantare a boccapierte
pe tanto tiempo senza dì parola;

Po jetanno – lacremanno
nu suspiro pe sfocà,
da dint’ o core
cacciajeno a migliaia atte d’amore.

Co a scusa de donare li presiente
se jetteno azzeccanno chiano chiano.
Ninno no li refiutaje,
l’azzettaje – comm’ a dì,
ca lle mettette
le mmanne ‘n capo e li benedicette.

Piglianno confedenzia a poco a poco,
cercajeno licenza a la Mamma:
se mangiajeno li pedille
coi vasille – mprimmo, e po’
chelle mannelle,
all’urtemo lo musso ei maschiarelle.

Po’ assieme se mettettero a sonare
e a cantá co’ ll’Angiule e Maria,
co’ na voce – accossí doce,
che Gesù facette: a aa…
E po’ chiudette
chill’uocchie aggraziate e s’addurmette.

“Viene suonno da lu cielo,
viene adduorme a sto Nennillo;
pe pietá ch’è piccerillo,
viene suonno e non tardá.

Gioja bella de sto core,
vorría suonno arreventare,
doce, doce pe’ te fare
ss’uocchie bell’ addormentá.

Ma si Tu, p’esser’ amato
Te si’ fatto Bammeniello,
Sulo Ammore è o sonnariello
che dormire Te pò fá

Ment’è chesto può fa nonna
pe Te st’arma è arza e bona
T’amo t’a…Uh, sta canzona
giá t’ha fatto addobbeá!”

T’amo Dio, bello mio
t’amo Gioja, t’amo, t’a’

Lo ‘nfierno solamente e i peccature
‘ncocciuse comm’a isso e ostinate
se mettettero appaura,
pecché a scura – vonno stá
li spurtagliune,
fujenno da lu sole, li briccune.

Io pure sóngo niro peccatore,
ma non boglio èsse cuoccio e ostinato.
Io non boglio cchiù peccare,
voglio amare – voglio stá
co Ninno bello
comme nce sta lo voje e l’aseniello.
Io non boglio cchiù peccare
voglio amare, voglio stá
co’ Ninno bello
comme nce sta lo voje e ll’aseniello

A buje, uocchie mieje, doje fontane
avite a fá, de lacreme, chiagnenno
pe’ lavare – pe’ scarfare
li pedilli de Giesù;
chisá, pracato
decesse: Via, ca t’aggio perdonato.

Viato a me si aggio ‘sta fortuna!
Che maje pozzo cchiù desiderare?
O Maria – speranza mia
ment’io chiagno, prega tu:
penza ca pure
sì fatta mamma de li peccature.