9 Dicembre 2013

Il trionfo di Renzi: cambio subito il Pd

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Vince Renzi, anzi stravince. Come da destino manifesto di queste primarie del Pd. Ci saranno ripercussioni sul partito e sul governo, ma questo al momento è secondario rispetto a quella che appare come una svolta epocale. Che merita ben altra analisi che la spiccia politica.

Anzitutto il modo della vittoria: plebiscitaria, come avvenuto in altri frangenti della vita politica italiana: con Mussolini e con Forza Italia nel ’94. Ma al di là del pregresso, i plebisciti si accompagnano sempre a qualche inquietudine, anche perché c’è il dubbio che alla volontà popolare si accompagnino altre spinte, ben più potenti. Ma al di là dei timori, con grande lungimiranza De Gasperi, dopo la larga vittoria del suo partito nelle prime elezioni del dopoguerra, volle condividere con altri la responsabilità del governo della cosa pubblica. Renzi, o chi per lui, non sembra il tipo (non è affatto democristiano, il ragazzo, come dicono alcuni: altra squadra), ma le circostanze potrebbero costringerlo a uscire dal solipsismo.

Altra dato: vince, anzi stravince Berlusconi che, sconfitto personalmente, è riuscito però a creare un nuovo modello di politica che ora si realizza a sinistra, grazie a quei poteri che lo scelsero nel ’94 e che ora hanno giubilato il ragazzo di Firenze. Un modello che si afferma contro l’idea di partito tradizionale, alieno da ogni radicamento popolare, che si accredita come “nuovo” contro il “vecchio”, che vive di slogan e populismo (progressista o reazionario poco importa). 

E ancora: ieri sembra essere finita la sinistra, o almeno tanti sono dell’idea. In effetti sembra aver vinto il ’68, o almeno quella parte egemone del movimento che sostituiva alla difesa del mondo del lavoro l’anarchismo (reazionario) dell’antagonismo tout court.

La sinistra storica ha tentato di sopravvivere a se stessa dopo l’89 e dopo tangentopoli, dalla quale è uscita illesa grazie al patto non tanto segreto con i poteri forti che hanno macinato a uno a uno i suoi avversari. Legandosi sempre più a questi, senza capire che, prima o poi, i poteri forti si sarebbero sbarazzati anche dei loro inutili vassalli. Quando si fa un patto col diavolo prima o poi il conto si paga. E amaramente, come stanno constatando in questi giorni i vecchi dirigenti del Pds – Pd.

Infine il Blair italiano (o de’noantri), come amano chiamare i suoi il giovane sindaco di Firenze, sembra aspirare a innestare in Italia quel modello laburista che ha imperversato in Inghilterra per un decennio: un modello apparentemente di sinistra, ma di fatto di destra, dove il progressismo è solo la maschera del liberismo più sfrenato (sotto la reggenza Blair si è imposta nella City quella finanza speculativa che tanti lutti sta recando al mondo). E che ha schiacciato la Gran Bretagna sui neocon in politica estera. In questo senso i rapporti con la destra americana del guru di Renzi non fanno ben sperare (in particolare, il giornalista Marco Damilano, in un articolo sull’Espresso, accennava alle assidue frequentazioni di questi con Michael Ledeen, uomo dell’apparato Usa salito agli onori della cronaca durante il sequestro e l’assassinio dell’onorevole Aldo Moro). L’Italia conta poco, ma nel Mediterraneo, area più che mai al centro dell’interesse e delle tensioni internazionali, ha un ruolo geostrategico notevole. Una politica estera poco prudente, per usare un eufemismo, da parte del Belpaese potrebbe causare notevoli danni in termini di aumento della conflittualità e possibili nuove guerre.

Un’ultima parola va riservata agli sconfitti: D’Alema e Bersani, che appoggiavano l’algido Cuperlo. Questi ha raggranellato il 18% dei consensi, lo stesso numero di percentuale toccata in sorte il giorno precedente a un altro vecchio della cosiddetta seconda repubblica, Umberto Bossi. Il destino li ha voluti accomunare anche in questa simbologia numerica (per gli amanti della numerologia, 18 è tre volte 6). Pochi giorni dopo l’estromissione di Berlusconi dal Parlamento, ora tocca ad altri tre protagonisti del post tangentopoli abbandonare il cuore della politica italiana. Avevano minacciato scissioni, le vecchie guardie del Pd e della Lega, ma i numeri non sembrano consentire avventure del genere.

L’ultimo a essere sconfitto è Giorgio Napolitano, anche lui un sopravvissuto, stavolta della prima Repubblica. Aveva sperato in una pacificazione nazionale. Ma il suo progetto è stato travolto dalla lotta continua del Pd contro Berlusconi e di Renzi contro la dirigenza del Pd. Vedremo se ne trarrà le conseguenze, anche per evitare i rovesci della tempesta che si addensa sul Colle. Prodi scalda nuovamente i motori.

L’Italia ieri è cambiata. E forse anche il mondo. Da vedere se la società civile, e non solo, italiana ha ancora riserve per attutire gli effetti negativi di questo cambiamento epocale, limare certi estremismi ed esaltarne gli aspetti positivi (ricambio di una dirigenza politica evidentemente fallimentare). Ci sono possibilità, ma chi vorrà cimentarsi, dovrà faticare non poco. Si annuncia, tra l’altro, un periodo nervoso: la rivolta dei forconi (che appartiene a questo cambiamento epocale), iniziata il giorno dopo le primarie del Pd, ne è un assaggio.

Ps. Ieri è anche nata, per l’ennesima volta, Forza Italia.