26 Novembre 2013

Berlusconi: 7 testimoni nuovi, processo da rifare

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Silvio Berlusconi cala quello che considera l’asso: una serie di carte che proverebbero la sua estraneità alla vicenda per la quale è stato condannato, ovvero quella che nei media è passata come la truffa dei diritti Mediaset, in realtà un’evasione fiscale che ad altri, per cifre molto maggiori, è stato dato di condonare. E lo fa alla sua maniera, con notevole cassa di risonanza e alla vigilia del voto sulla sua decadenza da senatore. Si appella ai senatori del Pd e del movimento Cinque stelle, sperando sul prevalere della coscienza individuale contro le ragioni politiche. Ma, ovviamente, i suoi interlocutori hanno già risposto picche. Troppo incattivito il clima per sperare in un momento di pacata riflessione e troppo spuntata l’arma del Cavaliere.

Certo, forse sarebbe opportuno leggere le carte prima di decidere, ma tant’è. D’altra parte Berlusconi ha presentato i nuovi elementi – che a suo giudizio ribaltano la tesi accusatoria – con il solito coup de théàtre, calcando la scena teatrale allo stesso modo dei suoi accusatori. 

Insomma, non cambierà nulla per quanto riguarda il voto sulla decadenza. Ma è probabile che le carte siano inviate alle sedi opportune per tentare una revisione del processo, dal momento che Berlusconi non intende mollare. Sorge spontanea la domanda: ma cosa hanno fatto i suoi avvocati difensori finora? Perché non hanno scavato a fondo e prodotto questa documentazione al momento opportuno? Anche questa circostanza deve essere letta nell’ambito più ampio delle miopie che hanno accompagnato l’avventura del Cavaliere solitario, il quale non si è saputo circondare da persone all’altezza, né per quanto riguarda gli uomini politici, avendo allevato solo falchi e colombe,  né per quanto riguarda gli avvocati (tra questi basta ricordare Niccolò Ghedini, di cui resta famosa l’espressione “utilizzatore finale” nell’ambito dell’inchiesta Ruby, felice eccezione Coppi, ma le idee del principe del foro non fanno breccia nel collegio). Un buon avvocato avrebbe forse potuto evitare al Cavaliere anche la recente boutade riguardante la richiesta di un Motu Proprio di Napolitano per ottenere un provvedimento di grazia, cosa non praticabile nell’ordinamento italiano che prevede una richiesta esplicita del condannato. E dire che se la chiedesse, o magari la chiedesse uno dei familiari, non sarebbe così impossibile riceverla, dal momento che Napolitano sa bene che nei processi contro Berlusconi si sono avute diverse e palesi forzature del diritto, cosa che uno Stato democratico non può permettersi: a tutti gli imputati, anche dei delitti più gravi, deve essere concesso un giusto processo.

Ma al di là, resta che il Cavaliere è questo: subisce l’incanto delle pitonesse, si esalta del volo dei falchi, si sdilinquisce nel frullar d’ali delle colombe, subisce l’assalto dei lupi. Un teatro del quale nonostante tutto pretende di rimanere protagonista unico. Cavaliere solitario, appunto. Ed è stato questo solipsismo, in fondo, ad averlo condannato, nell’ambito politico prima ancora che nelle aule giudiziarie.