22 Novembre 2013

Le accuse a Berlusconi sul caso Ruby Il centrodestra insorge

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Escono le motivazioni della sentenza che ha condannato Silvio Berlusconi a sei anni (concussione) più un anno (prostituzione minorile) sulla vicenda Ruby. Occasione, questa, per una nuova ondata di accuse, da parte del centrodestra, contro la persecuzione giudiziaria. In sostanza, la pubblicazione delle motivazioni non cambia un granché. Si attende il voto per la decadenza del Cavaliere dalla carica di senatore, anche se al momento appare alquanto scontato: difficile che ne esca vincitore. Tra l’altro, dal momento che dopo il voto sarà privato cittadino, Berlusconi sembra terrorizzato dall’idea di nuove inchieste: senza più lo scudo del Senato teme di essere arrestato da qualche magistrato zelante. Così la battaglia politica che sta conducendo è diventata anche una battaglia per la sopravvivenza. 

Nel frattempo tenta di dar corpo in qualche modo alla sua nuova creatura politica: cerca di far entrare facce nuove, rottamando le vecchie, anche se con vis polemica diversa dal suo omologo di sinistra Matteo Renzi. Questa boutade delle facce nuove è un refrain che va di moda nella politica italiana, ha contagiato la sinistra come la Lega; è stato momento fondante del movimento Cinque stelle. Come se l’avere visi nuovi e puliti fosse garanzia di alcunché: di volti siffatti in politica in questi ultimi decenni se ne sono visti parecchi, ma ciò non ha comportato un mutamento epocale in senso positivo del panorama politico italiano, tutt’altro. Ma tant’è. 

Resta il fatto che il tentativo di Berlusconi di uscire dall’angolo nel quale è stato ricacciato, e nel quale si è incastrato, è invero difficile. In caso di decadenza, punta sulle elezioni anticipate; ma anche dovesse conquistare il 30% dei consensi, cifra improbabile, tale tesoretto resterebbe un patrimonio non spendibile sul piano della politica: la conventio ad excludendum nei suoi confronti lo costringerebbe ancora una volta nell’angolo. E però lui ci spera ancora, animato dalla forza delle disperazione alla quale è costretto dalle circostanze.

In un mondo politico che non conosce l’arte del compromesso, le battaglie si vincono solo con la morte, a volte non solo politica (vedi Craxi), dell’avversario. E Berlusconi lo sa bene. D’altronde nel ’94, quando si presentò all’Italia come il nuovo che avanza, fu il suo generale d’armata Cesare Previti  – oggi tornato in auge tra le fila degli scissionisti lealisti, pur conservando un rapporto con i falchi berlusconiani, dei quali è stato eminente rappresentante -, a lanciare lo slogan «non faremo prigionieri». Per uno strano incrocio di destini, la stessa cosa accade a sinistra, dove Massimo D’Alema e altri dirigenti del Pd sono costretti, per gli stessi motivi, a una battaglia all’ultimo sangue contro Matteo Renzi. Anche il giovane sindaco di Firenze non sembra intenzionato a fare prigionieri.