20 Novembre 2013

Beirut: un attentato per tanti messaggi

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L’attentato contro l’ambasciata iraniana a Beirut ad opera di Al Qaeda rappresenta «un sinistro capolavoro di diplomazia parallela», dal momento che «in un colpo solo invia molteplici messaggi al maggior numero di interlocutori e proprio per questo difficilmente può essere opera soltanto di un gruppo di jihadisti fanatici». Così Giorgio Ferrari sull’Avvenire del 20 novembre in un articolo dal titolo Dietro quelle bombe a Beirut tanti interessi coalizzati contro la pace. Vi si legge: «Colpire i quartieri meridionali di Beirut dove Hezbollah è radicato e raccoglie vasti consensi, è un monito diretto al Partito di Dio, impegnato in Siria a fianco dei lealisti di Assad: attenti, dicono quelle autobomba, non siete invulnerabili, è la terza volta che vi colpiamo in casa […] messaggio che rimbalza a Teheran, finanziatore e sostenitore principale di Hezbollah e principale alleato di Damasco. Ma la filigrana della strage porta direttamente anche al conflitto interreligioso fra gli sciiti iraniani, siriani e hezbollah e il mondo sunnita, dietro il quale si intravede senza fatica il patrocinio di Riad e degli emiri del Golfo […]. L’attentato di ieri giunge peraltro alla vigilia dei negoziati di Ginevra sul nucleare fra Teheran e il Gruppo dei 5 + 1, il cui esito non è affatto scontato ma le cui prospettive (riduzioni delle sanzioni in cambio del blocco dei progressi nella costruzione degli ordigni nucleari) impensieriscono profondamente Israele, il cui dissapore nei confronti della politica americana nell’area ha ormai dimensioni di un’aperta divergenza fra Netanyahu e Obama. In quest’ottica, diciamolo senza falsi pudori, è improbabile che a Gerusalemme si siano versate lacrime per l’attentato all’ambasciata a Beirut. Ma ancor meno, ne siamo certi, se ne sono versate a Riad: nella sghemba ma efficacissima diplomazia mediorientale si ricorre spesso a messaggi forti».