5 Novembre 2013

Repubblica democratica del Congo: si apre una possibilità di pace

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«Il movimento dei ribelli del 23 marzo (M23) hanno annunciato oggi la fine della rivolta nella regione orientale congolese del Nord Kivu. In un comunicato firmato dal presidente del gruppo armato, Bertrand Bisimwa, si afferma l’intenzione di “mettere fine alla ribellione e procedere, con mezzi politici, alla ricerca delle soluzioni alla cause profonde che hanno portato alla nascita del movimento stesso”». Così sull’Osservatore romano del 6 novembre si dà atto della fine dell’ennesima rivolta che ha precipitato ancora una volta il Kivu in un sanguinoso conflitto. È dal 1996 che la guerra abita le regioni orientali della Repubblica democratica del Congo, con fasi di relativa pace. Una guerra endemica, alimentata dall’esterno per depredare il Kivu dei suoi tesori, dal momento che il sottosuolo è uno dei più ricchi del pianeta. L’ultima fase, quella che ha visto la nascita del movimento 23 marzo, è iniziata nel 2009, lacerando l’ennesimo accordo di pace tra governo centrale e gruppi ribelli. Secondo un comunicato di Rete pace per il Congo alla base di questo successo delle truppe governative, conseguito in pochi giorni, c’è la riorganizzazione dell’esercito nazionale, l’appoggio del contingente di pace di stanza in Congo (Monusco), per la prima volta davvero operativo, e, soprattutto, «la pressione esercitata dall’ONU e dalla Comunità internazionale sul Ruanda, accusato di appoggiare militarmente l’M23, di reclutare nuove leve a suo favore, tra cui dei minorenni e di inviare le sue truppe sul territorio congolese»,

È la fine di un incubo per le popolazioni locali. Ma il portavoce del governo Lambert Mende non si fida. Così sull’Osservatore romano: «Possiamo dire che il conflitto è terminato, anche se non si può mai sapere. Quelli che sono scappati potrebbero riprendere le ostilità, quindi ora dobbiamo trovare una soluzione politica per essere sicuri che la nostra gente possa vivere senza minaccia».

E Rete pace per il Congo mette in guardia anche da possibili «trappole» che potrebbero nascondersi tra le pieghe dei colloqui di pace. E avverte: nessuna pace sarà possibile se non saranno recisi gli antichi nodi che sottendono a questo stato di guerra continua alimentato per mettere le mani sulle risorse del Kivu. Così conclude il comunicato:

Infine, occorrerà affrontare le radici profonde della guerra nell’Est del Paese:

– l’ingerenza politico militare del Ruanda e dell’Uganda negli affari interni della RDCongo,

– la loro implicazione nella destabilizzazione dell’est della RDCongo attraverso la creazione di successive pseudo ribellioni,

– la loro partecipazione al commercio illegale delle risorse minerarie della RDCongo che alimenta le loro economie e finanzia l’attività dei gruppi armati,

– la politica di insediamento di popolazioni ruandesi nelle zone abbandonate dagli autoctoni, costretti a fuggire dai combattimenti …

Le successive ribellioni, l’AFDL, l’RCD, il CNDP e l’M23 [vari gruppi ribelli che hanno operato nel Paese ndr.] non sono che pedine in mano al regime ruandese e ugandese e a poteri forti dell’economia internazionale.

Insomma, la pace nella Repubblica democratica del Congo passa per una via complessa. La Comunità internazionale, finora assente quando non connivente con chi ha massacrato civili innocenti per anni – il più conflitto che ha fatto più vittime dalla seconda guerra mondiale -, deve vigilare per evitare ricadute.

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