29 Ottobre 2013

Una mostra per le vittime della guerra siriana

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Pier Luca Bencini, di professione fa il medico. E però accanto a una vita dedicata a curare gli infermi, ha altro e altrettanto caro: la pittura. Gli piace dipingere, ma non vuole essere definito “pittore”. «Sono solo una persona che ascoltando e contemplando il reale, attraverso i colori, vuole raccontare l’indicibile contenuto in ciò che è visibile», dice.

Oggi le sue opere le espone a Milano, in una mostra che ha qualcosa di inusuale, in quanto unisce la passione artistica a quella umanitaria, per usare un termine forse inflazionato, ma che per Bencini ha la concretezza dell’«obbedienza» alla realtà, come spiega lui stesso.

La mostra, infatti, è stata allestita in favore delle vittime del conflitto siriano, un conflitto assurdo, spiega Bencini, dove non c’è una parte giusta e una ingiusta; ci sono interessi che confliggono e, a farne le spese, è la popolazione inerme, stritolata da disegni immaginati altrove.

Una mostra di paesaggi, colori accesi e incendiati accanto ad altri più cupi. Quadri drammatici, come drammatica è la vita e soprattutto la vicenda per la quale è nata. «In realtà non sono paesaggi», corregge, «ma orizzonti. A me interessa l’orizzonte, perché è il punto nel quale si posa lo sguardo. Dove poniamo il nostro sguardo poniamo anche il nostro desiderio, le nostre speranze di felicità». D’altronde all’orizzonte rimanda anche il titolo della mostra, Tra cielo e terra, come punto d’incontro e di raccordo tra due mondi che sono vicini anche se apparentemente lontani.

È cristiano, Bencini. E la parola speranza ricorre spesso nel suo dire, come di cosa cara. Anche quando parla di quella Chiesa lontana, sprofondata nell’orrore del conflitto, così vicina al suo cuore: «Una Chiesa che sta dando una testimonianza cristiana stupenda. Di fede cristiana, anzitutto, ma anche di speranza: per le popolazioni locali, per la Chiesa intera, per il mondo. D’altronde guardando la Croce si può intravedere il volto di Cristo risorto… Una testimonianza che va osservata in silenzio, come nel silenzio va ascoltato il grido di dolore delle vittime di questo assurdo conflitto. Questa mostra è dedicata a tutte queste vittime: musulmani e cristiani. Tutti».

Quando parla della Chiesa siriana Bencini sa di cosa sta parlando, perché la mostra è nata da un incontro con le suore trappiste di Valsarsena che ad Azeir, in Siria, hanno aperto un piccolo monastero. L’aveva colpito di queste suore lo sguardo sulla realtà, loro che abitano la clausura, e il loro giudizio «limpido» sulle cose del mondo. «Quell’incontro me le ha rese prossime, come prossimi sono diventati anche i loro bisogni. E come prossimi sono diventati presto i bisogni dei loro, nostri fratelli siriani». «Come è assetata di sangue la pace! Com’è assetata di sangue la giustizia»: è una frase di un grande poeta siriano contemporaneo, Adonis, che ripete il medico-pittore per inquadrare quel che sta avvenendo in quel lontano angolo di mondo.

Parla di limiti, Bencini, dei nostri poveri limiti umani, che però consentono lo stesso di guardare con compassione (patire insieme) quell’orizzonte carico di dolore e di speranza. Un orizzonte che, pur lontano, è prossimo. La Siria, conclude ricordando una frase che accompagna la mostra, si trova sotto il nostro stesso cielo.

La mostra è aperta fino al 2 novembre ed è visitabile presso lo Spazio espositivo PwC in via Monte Rosa 91, Milano.

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