23 Ottobre 2013

Caravaggio, La cena in Emmaus, Milano, Brera

 

Caravaggio dipinse due volte la Cena in Emmaus. La prima volta nel momento più felice della sua stagione romana, per il cardinal Mattei (e oggi è alla National Gallery). La seconda volta invece nel momento più drammatico: nel 1606, quando dopo il delitto commesso era in fuga da Roma e si era rifugiato nella tenuta dei Colonna sui Colli Albani. Il quadro lo dipinse probabilmente senza commissione, ma solo con l’obiettivo di metterlo sul mercato e rifornirsi del denaro necessario per continuare la sua fuga.

Questa seconda Cena oggi è conservata a Brera (ed è una delle due opere di Caravaggio custodite nella città in cui l’artista nacque). Rispetto alla prima versione il mondo di Caravaggio è cambiato profondamente: in quella dipinta per il cardinal Mattei, c’è una grande abbondanza di particolari, la tavola è riccamente imbandita, lo stupore dei due discepoli è reso con un’efficacia memorabile (come nello scorcio delle braccia spalancate del discepolo di destra). Nella versione di Brera invece ci troviamo davanti a un quadro improvvisamente “povero”, sulla tavola è rimasto solo il pane, l’ombra spegne tutti i colori, diffondendo un tono bruno su tutta la tela.

Non basta spiegare questo con la contingenza drammatica che Caravaggio stava vivendo. In realtà si tratta di una maturazione ulteriore, che lo porta ancora di più al cuore delle cose, aderendo con un’essenzialità ancor più radicale al racconto del Vangelo. Ma la vera spia del cambiamento è nel trattamento dello spazio. Nella versione londinese lo spazio attorno alla scena è come un’espansione della scena stessa. Anche l’ambiente, la luce, le ombre sembrano partecipare del sussulto dei discepoli. È uno spazio in un certo senso molto teatrale. A Milano invece lo spazio è del tutto inerte: è un fondo omogeneo e scuro, che non è bucato da nessuna “folgorazione” luminosa. È uno spazio povero, assolutamente normale, in cui, fossero stati diffusi a quel tempo gli orologi, sentiresti solo il ticchettìo delle lancette. Uno spazio e un momento senza nessun effetto speciale. Quasi casuale.

Quello spazio che a Londra era “pensato” qui invece è come subito: potrebbe continuare ben oltre la tela, tanto è vero e normale. Continua nello spazio in cui Caravaggio stesso era, nel momento in cui dipingeva questo capolavoro. Un capolavoro che è tale perché svuotato da ogni enfasi.