3 Ottobre 2013

Fiducia a Letta e il Pdl si spacca

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Il solito, imprevedibile Silvio Berlusconi. All’ultimo minuto fa la giravolta e vota la fiducia. Il governo tira un sospiro di sollievo e il Paese invia un segnale rassicurante ai mercati internazionali; lo spread scende, segno che la grande finanza è rimasta a bocca asciutta.

Tante le ragioni di questa decisione del Cavaliere. La versione più accreditata dai media è che si è dovuto arrendere dopo che una pattuglia dei suoi, capitanata da Lupi, Cicchitto, Formigoni e Quagliariello (e dal prestanome Alfano), ha dichiarato la disponibilità a votare la fiducia al governo. Cosa che rendeva del tutto irrilevante l’eventuale niet di Berlusconi: sarebbe stata la sua definitiva fine politica e forse anche biologica, anche perché domani il voto in Giunta lo farà decadere da parlamentare. Ma c’è anche la versione del leghista Calderoli che ha detto di aver ispirato lui la scelta del Cavaliere: «Gli ho detto: svuoti la ribellione, annacqui i contrasti interni e con la lista dei traditori in mano hai tutto il tempo per fargliela pagare a uno a uno…».

In realtà le due versioni non contrastano, anzi, fotografano quel che è accaduto da due punti di vista diversi.

Se è vero che Berlusconi si è dovuto arrendere all’evidenza, è vero pure che i frondisti, i quali speravano di lucrare sulla follia altrui diventando un punto di riferimento della nazione e prossimi leader del centrodestra, sono rimasti delusi. Berlusconi, dato per morto, non lo è affatto. E può ancora giocare le residue carte che gli sono rimaste in mano. Una volta decaduto, il gruppo dei dissidenti tenterà di cooptare altri parlamentari del centrodestra, ma se ieri i media si affannavano ad accreditare a questo nuovo partito il 10-15% dell’elettorato – cosa bizzarra: percentuali simili erano ascritte al partito di Monti al momento della sua discesa in campo, ma non gli portò fortuna – oggi la partita è ancora aperta. Come delusi sono rimasti i falchi del Pdl che avevano spinto il Cavaliere verso il baratro. Così che uno strano destino sembra accomunare queste due anime del centrodestra.

E delusi sono andati anche i falchi del Pd, che già pregustavano il cappotto alle prossime elezioni. Come anche Matteo Renzi: dopo questo psicodramma collettivo per il governo Letta il traguardo del 2015 è meno improbabile. E se va così, le probabilità che Letta succeda a se stesso sono alte, con il sindaco di Firenze che dovrà accontentarsi di rimanere segretario del partito, sempre se gli riesce di vincere al congresso, cosa da ieri un po’ meno facile.

Esulta Enrico Letta. Tutti hanno riportato il labiale nel quale diceva, riferendosi a Berlusconi, «È un grande». In verità il suo è stato un discorso alto, nel quale in molti hanno sottolineato la citazione di Benedetto Croce alla Costituente, che nell’occasione aveva fatto un appello alle coscienze dei singoli parlamentari al di là degli schieramenti. Una citazione troncata a metà, che continuava, nel testo riportato dal Corriere della Sera, in questo modo: «Io vorrei chiudere questo mio discorso, con licenza dei miei amici democristiani dei quali non intendo usurpare le parti, raccogliendo tutti quanti qui siamo a intonare le parole dell’inno sublime: “Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita, accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus“. Soprattutto a questi; ai cuori».

Un discorso nel quale spiegava che non è vero che l’Italia è una Repubblica dove l’instabilità è endemica, dal momento che fino al ’68 era stato esattamente il contrario, guadagnando al Paese quello sviluppo prodigioso che va sotto il nome di miracolo economico. Tutto cambia dopo il ’68, ha continuato Letta, con un percorso inverso che ha precipitato la nazione  nella situazione attuale. Passaggio, questo, di grande intelligenza.

Nel suo discorso, Berlusconi ha detto di sperare ancora nella pacificazione nazionale, quella per intenderci che sottende il governo di larghe intese voluto da Napolitano. Quella pacificazione che stenta a ritrovarsi proprio a partire dal ’68, da quando cioè l’Italia è preda di una lotta continua senza uguali nei Paesi occidentali.

Concluso lo psicodramma di ieri, difficilmente ripetibile a breve, c’è da sperare in un rinnovato clima di concordia nazionale, o almeno in un attutimento dei contrasti, nella speranza che il governo sia libero da affanni per poter affrontare la difficilissima situazione nazionale – ieri è aumentata anche l’Iva… -. O almeno, c’è da contrapporre la buona speranza al cupio dissolvi che da troppo tempo infesta l’Italia.

Comunque ieri l’Italia, e con lei l’Europa, ha ripreso a respirare. E va bene così.