13 Settembre 2013

Putin sale in cattedra "America basta bullismo"

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Tempo di missive. Dopo quella di Papa Francesco a Eugenio Scalfari, un’altra lettera fa il giro del mondo, stavolta inviata da Putin agli americani e pubblicata sul New York Times

Una lettera sulla crisi siriana, ovviamente, che chiede agli Stati Uniti di rinunciare all’unilateralismo che ha cambiato l’America e la sua immagine nel mondo, dove oggi è percepita non più come «modello di democrazia» ma come un «Paese che conta solo sulla forza bruta».

Nella missiva i fallimenti dei recenti interventi Usa nel mondo: dall’Afghanistan alla Libia all’Iraq, in consonanza con quanto scrivono anche quasi tutti gli analisti Usa. E una difesa del ruolo della Russia: Mosca, rivendica Putin, non protegge «il governo siriano bensì il diritto internazionale», che verrebbe violato in caso di attacco unilaterale Usa alla Siria al quale, tra l’altro, sono contrari popoli e leader religiosi del mondo, compreso il Papa. Una violazione che potrebbe portare l’Onu, scrive Putin, a ripercorrere il destino della Lega delle Nazioni, «crollata perché non esercitava un reale ascendente».

Insomma, una missiva piena di buon senso, che ripercorre i tanti motivi per cui l’eventuale intervento Usa in Siria sarebbe una tragedia internazionale. E la convinzione russa che a usare i gas a Damasco sono stati i ribelli, per favorire l’intervento dei loro «potenti Stati-patroni».

Colpisce il tono della lettera: «L’attacco scatenerebbe una nuova ondata di terrorismo. Potrebbe minare gli sforzi multilaterali per risolvere il problema del nucleare iraniano e il conflitto israelo-palestinese, destabilizzando ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa. Potrebbe squilibrare l’intero sistema internazionale di ordine e legalità». Il fatto che a scrivere queste cose è il Presidente di una delle nazioni più influenti del pianeta, e non uno studioso qualsiasi, dà l’idea della gravità del momento.

Colpisce anche il punto nel quale Putin, parlando dei ribelli e della presenza tra loro di gruppi considerati terroristi dallo stesso Dipartimento di Stato Usa, scrive: «non si possono ignorare i rapporti secondo cui i militanti stanno preparando un nuovo attacco, stavolta contro Israele». Ovvero: esistono indagini di intelligence che indicano un piano che si sta attuando tra i cosiddetti ribelli siriani per compiere un attentato contro Israele, che, è implicito nella missiva, sarebbe da attribuire al regime siriano, come accaduto con quello appena compiuto a Damasco. Putin scrive di documenti condivisi, così appare ben strano che nel mondo occidentale non sia stata diffusa una notizia di tale gravità. Nel rivelarla, Putin ha inteso sventarla.

Al di là della rivelazione, nella sostanza la missiva presidenziale ribadisce cose ovvie per i tanti che sono contro la guerra, meno per i pochi guerrafondai.

Molti analisti hanno letto la mossa di Putin come un modo per evidenziare il suo nuovo ruolo internazionale, a seguito della soluzione della recente crisi siriana, nella quale il suo omologo Barack Obama è stato messo all’angolo. 

Politici e giornalisti americani – e non solo, basta leggere i quotidiani italiani di oggi – hanno reagito piccati all’iniziativa putiniana, sottolineando come irricevibile il passaggio nel quale questi critica il presunto «eccezionalismo» americano. Ma forse non poteva non farlo: proprio l’ipertrofia di tale eccezionalismo ha portato l’America a imbarcarsi in tante avventure – a volte fauste, più spesso infauste – in giro per il mondo.

Comunque, al di là delle analisi e delle reazioni, la lettera di Putin è soprattutto quel che sembra: un modo per dire che la crisi siriana non è affatto finita – non avrebbe rivelato, ad esempio, l’attentato contro Israele – e un invito a un lavoro comune per risolverla. Tra l’altro Putin ha ricordato, non a caso, i tempi nei quali Usa e Russia erano uniti contro il nazismo.

Nel frattempo gli analisti occidentali si affannano a spiegare che ci vorranno secoli a smaltire l’arsenale chimico siriano, come se fosse questo il problema: l’importante non sono i tempi dello smaltimento, peraltro infinitamente più brevi di quanto prospettato, ma il fatto che tali armi, una volta denunciate e monitorate dall’Onu, non possono essere utilizzate. Comunque, al di là degli argomenti pretestuosi dei costruttori di guerra, Assad ha aderito formalmente al piano russo. Un piccolo passo avanti sulla via della pace, domani si vedrà.