26 Luglio 2013

Tensione altissima in Tunisia dopo l'uccisione del leader laico

Tempo di lettura: 2 minuti

È stato assassinato come l’altro e più famoso leader dell’opposizione tunisina, Chikri Belaid, ucciso sei mesi fa appena uscito di casa. Lui è, o meglio era, Mohamed Brahmi, segretario di un nuovo partito laico di opposizione, Corrente popolare. È stato freddato nella ricorrenza del cinquantaseiesimo anniversario della Repubblica, giorno nel quale l’opposizione aveva chiamato a una grande manifestazione popolare contro il partito al governo: Ennahda. Il partito islamico moderato che, dopo aver preso il potere nel 2010 in seguito alla cacciata del presidente Zine El Abidine Ben Alì, è da tempo incalzato da laici e islamisti salafiti e accusato di tendenze autoritarie e liberticide. 

Brahmi, quindi è un martire. Ad ucciderlo è stato il regime, il partito islamista, che si sente minacciato dal nuovo corso tunisino. Questa almeno la narrativa che accompagna l’assassinio del leader dell’opposizione. Forse la ricostruzione è vera. Ma è più probabile che sia vero l’esatto contrario: solo un nemico del partito di governo avrebbe potuto progettare un simile assassinio, che ha innescato una fase nuova nel Paese, che potrebbe travolgere Ennahda.

Ma al di là dell’episodio di cronaca nera, resta l’incertezza sul futuro del Paese. Si prevedeva che l’ondata che ha travolto l’Egitto avrebbe investito, presto o tardi, anche la Tunisia, dal momento che Ennahda è legata a doppio filo ai Fratelli musulmani che sostenevano Morsi. Previsione avverata. E come in Egitto, anche in Tunisia le contestazioni vengono da salafiti e partiti laici.

La primavera islamica nacque proprio in Tunisia, nel dicembre del 2010. Per poi propagarsi, subito dopo, in Egitto. È arrivato il tempo della risacca, dopo che l’onda rivoluzionaria ha consumato il suo destino, vittima anche delle sue contraddizioni. Difficile capire cosa porterà la nuova stagione che sta attraversando il mondo arabo, che vede parte del mondo islamico moderno – espressione di un islam moderato, ma allo stesso tempo incapace di aperture – contrapporsi a forze che all’inizio della Primavera araba erano contrapposte: le varie forze laiche, i gruppi islamici salafiti e gli apparati di Stato, anzitutto i militari, che rispondevano ai vecchi dittatori. Un puzzle complesso, reso ancora più complicato dalle varie spinte  e ingerenze internazionali.