15 Luglio 2013

Eugène Delacroix, La lotta di Giacobbe con l'Angelo

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Il prossimo 13 agosto sono 150 anni dalla morte di uno degli artisti non più grandi ma certo più “appassionati“ della storia. Si tratta di Eugène Delacroix, un pittore che si pose su un crinale straordinario della storia: quello che separa la pittura antica da quella moderna.

Delacroix è un artista che dipinge ancora all’antica, nella convinzione che i quadri possano ancora raccontare storie, avere una potenza simbolica rispetto a chi li guarda. Dopo di lui tutto cambia: in particolare con Edouard Manet la pittura diventa una partita assolutamente individuale tra l’artista e la tela. Spariscono i committenti, spariscono le “storie” da raccontare. Il pittore si metterà davanti al cavalletto senza che nessuno gli abbia chiesto di dipingere alcunché. Le motivazioni vanno trovate tutte altrove.

Delacroix invece come vediamo in questo stupendo affresco lasciato nella cappella degli Angeli nella Basilica di Saint-Sulpice a Parigi è un artista all’antica, anche se tra quest’opera e le Dejeuner sur l’herbe di Manet (il quadro che segna il punto di non ritorno, quello che fa decollare in maniera irreversibile la modernità) ci sono solo due anni di distanza: 1861 e 1863. Ma Delacroix è artista che percepisce benissimo quello che sta accadendo intorno a lui, per cui il suo concepirsi all’antica è tutt’altro che una forma di irrigidimento.  In questo grande affresco realizzato a olio e cera sul muro, alto quasi 8 metri, il vecchio Eugène si abbandona a un racconto libero e carico di appassionata partecipazione di uno dei più affascinanti episodi della Bibbia. Lo spazio è dominato dalla gigantesca quercia che occupa i due terzi dello spazio e a cui piedi si svolge la lotta. Qui la capacità immaginativa di Dèlacroix dà il meglio di se stessa, nel tracciare la differenza tra i due contendenti: da una parte c’è l’impeto generoso di Giacobbe che si scaglia come un ariete (come scrisse Baudelaire), puntando il piede destro e alzando il ginocchio sinistro per colpire l’avversario; dall’altro c’è l’Angelo che sta al gioco, ma senza scomporsi. Lui vive la lotta quasi come una danza, tanto da “accompagnare” Giacobbe, con quel braccio alto, in una mossa che non sembra affatto di lotta. Da qui si intuisce che questa a cui assistiamo è una lotta strana: le armi sono state lasciate tutte sul terreno, in bella vista. Insieme alle armi c’è quel bel cappello di paglia, che fatichiamo a immaginare sulla testa di un eroe biblico mentre sembra perfetto per un pittore della metà dell’Ottocento. Insomma in quella lotta Delacroix sembra scendere in campo in prima persona, perché sa che l’esito non è per una supremazia ma per sancire un’amicizia. Quella tra Giacobbe (nei cui panni si cala Delacroix stesso)  e il suo Signore.

Un ultimo particolare: la costruzione della scena, con quella sproporzione di spazio dato al paesaggio è fatta per svuotare di ogni enfasi retorica il racconto. Non è un momento speciale della storia, è un momento come un altro. Che avviene mentre tutto il resto della storia va avanti, e che può riaccadere, nell’aria libera e aperta, senza nessun riflettore si accenda, anche nella Parigi del 1861.