10 Luglio 2013

Berlusconi, subito la sentenza

Tempo di lettura: 3 minuti

La Cassazione fissa al 30 luglio la data dell’udienza per decidere sulla sentenza Mediaset. Un’accelerazione improvvisa e inattesa. Anticipata ieri da un articolo del Corriere della Sera che aveva dato l’allarme: se non si decide a breve, spiegava l’articolo, i reati per i quali il Cavaliere è stato condannato nel processo Mediaset andranno in prescrizione. Un articolo sospetto, secondo i parlamentari del Pdl, che hanno denunciato una sorta di complotto, con il Corriere a sollecitare un pronto intervento dei magistrati ottenendo una immediata risposta da parte di questi ultimi. Così l’udienza è stata fissata a soli venti giorni dal deposito delle motivazioni della sentenza. Un tempo record per la giustizia italiana: vera e propria anomalia del sistema giudiziario, di solito caratterizzato da endemica lentezza, anche per reati molto più gravi di una frode fiscale (omicidio, reati di mafia, pedofilia etc.).

Così il processo Mediaset, nel quale Berlusconi è stato condannato per un’evasione fiscale di 4 milioni, con pena detentiva e prescrizione dai pubblici uffici, si è trasformato in una bomba sul Pdl e sul governo.

Il Cavaliere non parla in pubblico, affidandosi agli sfoghi privati e ai suoi legali. Anzitutto Coppi, che ha rispolverato un vecchio detto di Andreotti: «A pensar male si commette peccato, ma qualche volta ci si azzecca»; e spiegato che la data ravvicinata non permette alla difesa di produrre ulteriore documentazione difensiva, facendo intendere che in questo modo la difesa ha poche frecce nel suo arco. Esplicitando: Berlusconi è già condannato.

D’altronde di anomalie i processi Berlusconi ne hanno viste tante, questa è solo l’ennesima: strano destino per un uomo politico accusato, a ragione, di aver varato leggi ad personam.

La tempistica della Cassazione è in linea con il fermento che abita il Pd, con Matteo Renzi che scalpita per prendere in mano il partito e il Paese. Per far questo deve diventare segretario, candidato a premier e, ovviamente, deve sperare nella caduta del governo delle larghe intese. Speranza, a quanto pare non vana, dal momento che il Pdl, con Berlusconi condannato, si troverà costretto a staccare la spina, sulla spinta dei falchi che sovrabbondano nel partito. 

Finisce così un’epoca contrassegnata da un’alta conflittualità e ne inizia un’altra che, date le premesse, non lascia ben sperare.

Berlusconi ha le sue colpe, anzitutto quella di non aver creato una classe dirigente vera nel centrodestra, tanto da rendere il suo partito così “antropomorfo” che una sua uscita di scena lascerà solo macerie (a meno di immaginare un centrodestra guidato dai vari Alfano, Lupi, Cicchitto, Gasparri, Brunetta…). Accentrando su di sé gli onori, ha anche accentrato gli oneri, rendendo più facile il tiro agli avversari. È facile abbattere un partito antropomorfo, basta colpirne il nume tutelare. Se gli avversari ci hanno messo tanto non è merito del Cavaliere, ma demerito degli stessi.

Il centrosinistra ha invece la colpa di aver puntato tutto sulla liquidazione dell’avversario per via giudiziaria, rinunciando alla competizione politica sul piano delle idee (e rinunciando del tutto alla difesa dei lavoratori, che ha caratterizzato la sinistra storica). Così, alla fine, ne condivide la “trista” sorte. Quanti nel centrosinistra oggi vorrebbero conservare in vita il governo Letta non possono difendere il Cavaliere: verrebbero marchiati a fuoco dagli altri dirigenti del partito e dai loro stessi elettori. Così devono seguire una strada tracciata da altri, vittime delle loro miopie politiche. Simul stabunt, simul cadent.

Difficile a oggi immaginare come si ricomporrà il quadro politico. L’unica cosa certa è che la pacificazione nazionale, immaginata e auspicata da quanti speravano nella fine della guerra civile italiana scatenata nel 1992 (che ha avuto i suoi tragici prodromi nella precedente strategia della tensione, ma su questo torneremo), è alle corde. Non è una buona notizia, con l’Italia ormai sull’orlo dell’abisso: proprio ieri una delle grandi Agenzie di Rating, Standard & Poor’s ha declassato ulteriormente l’Italia, da BBB+ a BBB. Motivo: l’intenzione del governo di abolire l’Imu. Un diktat feroce, che viene dopo un’analoga sollecitazione giunta dal Fmi.

Quando la finanza internazionale entra nel merito delle scelte di un governo legittimo, addirittura indicando quale legge abolire o meno, è segno che qualcosa non quadra. C’è un problema di fondo che riguarda la tenuta democratica di un Paese. Una classe dirigente seria si interrogherebbe su questo, non sui tempi di prescrizione di un processo. Ma tant’è.

Quadro tragico. Spes ultima dea.