9 Luglio 2013

San Lorenzo

Cadevano le bombe come neve,

il diciannove luglio a San Lorenzo.

Sconquassato il Verano, dopo il bombardamento.

Tornano a galla i morti

e sono più di cento.

Cadevano le bombe a San Lorenzo

e un uomo stava a guardare la sua mano,

viste dal Vaticano sembravano scintille,

l’uomo raccoglie la sua mano

e i morti sono mille.

E un giorno, credi, questa guerra finirà,

ritornerà la pace e il burro abbonderà

e andremo a pranzo la domenica,

fuori Porta, a Cinecittà,

oggi pietà l’è morta,

ma un bel giorno rinascerà

e poi qualcuno farà qualcosa,

magari si sposerà.

E il Papa la mattina da San Pietro,

uscì tutto da solo tra la gente,

e in mezzo a San Lorenzo,

spalancò le ali,

sembrava proprio un angelo con gli occhiali.

E un giorno, credi, questa guerra finirà,

ritornerà la pace e il burro abbonderà

e andremo a pranzo la domenica,

fuori porta, a Cinecittà,

oggi pietà l’è morta,

ma un bel giorno rinascerà

e poi qualcuno farà qualcosa,

magari si sposerà.

Francesco De Gregori

Sono passati settant’anni da quel 19 luglio 1943. È un lunedì, sono le undici di mattina e i B-17 della formazione aerea degli Alleati che volano a seimila metri di altezza hanno nomi da pin-up e da canzonetta: “Lucky Lady”, “Pretty Boy”, “Winnie Oh Oh”. Ma non ammiccano né cantano, rombano. E i sorrisi e le note che escono dalle loro mostruose bocche e pance sono bombe. Ne sganciano quattromila, su vari quartieri di Roma, tra i quali, appunto, San Lorenzo. Alla fine della cruenta performance – avvenuta in una dolorosa ricorrenza: il 19 luglio del 64 d. C. si consumò infatti l’incendio di Roma, in seguito al quale iniziarono gli anni della persecuzione neroniana contro i cristiani, tra i quali Pietro e Paolo – si contano tremila morti e undicimila feriti.

Nelle ore successive ci sarà abbondanza di polvere e sangue per tutti i sopravvissuti. E ci sarà lo spettacolo di case e strade completamente demolite. Ma soprattutto – custodita segretamente in qualche angolo del cuore perché non si disperda nel vento di parole sconfortate o illusorie – c’è la speranza di potere in qualche modo ricominciare a vivere in pace.

Francesco De Gregori pubblica questi versi in uno dei suoi album più belli, Titanic, del 1982. Sono quelli della canzone conclusiva, e De Gregori li intona accompagnato soltanto da un’allusione di pianoforte. Gli strumenti acustici, quelli elettrici e le percussioni di un disco che racconta soprattutto la fine di un’avventura vagheggiata come epocale – quella del transatlantico che avrebbe dovuto inaugurare le magnifiche sorti del Novecento e che invece ne avrebbe tragicamente preconizzato il doloroso movimento di morte – si fanno da parte in questo ultimo brano, per dare spazio alla sola voce. Che è quella della gente dei quartieri massacrati da una guerra che non vuol finire. La voce nuda e disarmata della speranza.

L’abbraccio di un Papa che scende tra le macerie del mondo, la domenica a pranzo fuori porta, il burro in abbondanza… E poi un futuro sperato – con quel “magari” – nelle cose più semplici e feriali.

E nella pietà, che se oggi è morta – così come muore in ogni momento nel mondo: in Siria, per esempio – un giorno, e sarà un bel giorno, rinascerà.

Paolo Mattei

Guarda il video:

Bombardamento di San Lorenzo – Roma 19 Luglio 1943 from Piccole Note on Vimeo

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