3 Luglio 2013

Renzi: "Contro di me tiro al piccione"

Tempo di lettura: 2 minuti

«I capicorrente romani prediligono lo sport del tiro al piccione. E io sinceramente non ho voglia di fare il piccione». Reagisce a suo modo Matteo Renzi a una svolta all’interno del Pd: il riavvicinamento di bersaniani e dalemiani, che calamita anche altre anime del partito, tra i quali i giovani turchi, che in questi ultimi mesi hanno guadagnato autorevolezza e consensi.

Era stato D’Alema a dare il “la” alla svolta, attaccando Renzi su un punto dolente: al tempo dell’incoronazione di Bersani segretario, Renzi aveva chiesto che la carica fosse disgiunta dalla candidatura a premier, ma ora che la segreteria sembra essere suo facile appannaggio, ha chiesto il contrario, candidandosi così non solo a segretario, ma anche a candidato del centrosinistra per le prossime elezioni. Una discrasia fatta notare da D’Alema, che ha anche obiettato sui tempi: ora che c’è un governo a guida Pd è intempestivo parlare di una candidatura a premier. Toccando, implicitamente, un altro punto caldo: parlare ora di candidato alla presidenza del consiglio dei ministri vuol dire iniziare a porre la questione delle elezioni, quindi minare la stabilità del governo, attualmente guidato da un esponente del Pd. Insomma, la critica velata a Renzi è quella di voler fare lo sfasciacarrozze nel tentativo di arrivare presto a nuove elezioni.

La partita è complessa: a ottobre è prevista l’elezione di un nuovo segretario, ma c’è anche chi ha ventilato la possibilità di far slittare la data, in modo da dare più respiro al governo. Una possibilità remota, in quanto la pressione di Renzi sul punto sarebbe insostenibile. 

Ma i giochi della segreteria sono ancora aperti: se ieri Renzi era un sicuro vincente, ora, con la ritrovata unità delle varie anime del Pd contrarie alla linea del sindaco di Firenze, si sono riaperti i giochi. Una delle varianti possibili è quella di far correre contro Renzi diversi candidati, in modo che questi non superi già al primo turno la soglia del 50% dei voti, per poi giocarsi tutto nel secondo turno facendo convergere i voti su un unico candidato. Male che vada, un segretario eletto al ballottaggio avrebbe meno forza contrattuale. Ma è tutto da vedere: il rottamatore non ha solo contro i dirigenti romani – come li ha definiti con certo disprezzo, riecheggiando solgan leghisti -, ma una parte consistente del partito che vede nella sua candidatura un’Opa ostile lanciata da un mondo altro e diverso da quello del centrosinistra.