1 Luglio 2013

Monti: Letta cambi marcia o noi lasciamo

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«Pd e Pdl non possono continuare così, non possono litigare su tutto perché un governo che tira a campare poi tira le cuoia». Si serve di un’immagine andreottiana Mario Monti, usandola in senso negativo – Andreotti, a Craxi che lo accusava di tirare a campare, rispose che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia – per attaccare il governo. Al Paese occorrono grandi riforme, ha proseguito il leader di Scelta civica, non di una gestione dell’ordinario e di mediazioni continue tra alleati di governo. La critica è durissima, tanto che Monti minaccia di abbandonare il governo, cosa che non determinerebbe un’immediata caduta dello stesso, ma certo ne minerebbe la stabilità.

La cifra politica dell’accusa di Monti, adombrata dall’uso di un’espressione andreottiana, riguarda proprio un modo di far politica di Enrico Letta: troppo democristiana per l’ex professore della Bocconi.

Ora, la scuola democristiana è stata una grande scuola di politica, una scuola che ha dato statisti alla nazione, insieme a quella comunista (che ha sfornato uomini come Berlinguer o lo stesso Napolitano); personalità che sapevano rapportarsi con la multiforme complessità italiana, ben diversa dalla realtà anglosassone o francese, e con il mondo, tanto da portare questo piccolo Paese nel gruppo delle otto più importanti nazioni del pianeta. Personalità che hanno saputo governare la complessità italiana attraverso l’arte della mediazione e del dialogo: basti pensare che, al tempo, Dc e Pci, pur avendo distanze ideologiche ben più abissali rispetto a Pd e Pdl, hanno conservato lo scontro nell’alveo di una conflittualità non distruttiva per il Paese.

In un momento così delicato, in cui l’Italia rischia il collasso, avere un primo ministro con simili doti, anche nelle distanze siderali da quelle figure, potrebbe essere un bene. Potrebbe, ovvio, ché altri, come Monti e altri protagonisti della politica italiana, immaginano siano più efficaci iniziative più aggressive. Una cosa è certa: Monti ha già avuto l’opportunità di attuare misure più incisive e ha fallito miseramente, tanto che difficilmente gli italiani potranno dimenticare il suo anno “lacrime e sangue”. Forse sarebbe utile lasciare al nuovo governo il tempo di provare con un approccio più morbido e più articolato, rispetto a un incremento generalizzato delle imposte.

Un auspicio che però deve fare i conti con la tragica realtà che attanaglia l’Italia, la quale naviga nel mare tempestoso di una crisi economica internazionale che rischia di precipitare da un momento all’altro il Paese nel caos; e in preda alle convulsioni di una transizione politica che, dopo la cosiddetta fine della prima Repubblica, sembra non voler finire. Dove i vari protagonisti della vita politica si sbranano a vicenda nella pretesa di poter rappresentare la soluzione al rebus Italia, senza considerare che nessun singolo politico, nessun singolo partito, potrà da solo riportare equilibrio in questo caos: servono condivisione e convergenze.