28 Giugno 2013

La Siria, i ceceni e la civiltà occidentale

Tempo di lettura: 2 minuti

L’ennesimo orrore siriano viene diffuso via web. Ed è il video della decapitazione di tre uomini. Nel video i tre vengono processati davanti a una folla dai valorosi ribelli siriani che combattono per la libertà del loro Paese. Gli improvvisati giudici arringano la folla, accusano i tre di essere legati ad Assad, crimine capitale per quanti lo combattono, e al termine del processo li decapitano. In barba alla Convenzione di Ginevra che chiede il diritto alla vita dei prigionieri e altre garanzie che in Siria non contano nulla (e a quanto pare neanche per quei Paesi occidentali così attenti a parole ai diritti umani che li finanziano e li sostengono).

L’agenzia stampa TMNnews ha fatto un attento monitoraggio del video, in particolare analizzando l’arabo usato, le fisionomie dei protagonisti e il loro abbigliamento, accorgendosi che il pubblico ministero di questo processo improvvissato è un ceceno, mentre il giudice è un saudita. Si sapeva che i ceceni erano stati messi in campo in Siria, ma questa è la prova del loro coinvolgimento al più alto livello, tanto da fungere da pubblici accusatori dei prigionieri.

L’ipocrisia di certi analisti occidentali si è spinta al punto da scandalizzarsi del coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto, in aiuto agli sciiti del Paesi confinante. Mentre evidentemente quello dei ceceni, popolo che nulla ha a che vedere con la Siria, è accetabile e accettato.

Ieri intanto, un attentato contro una chiesa cristiana ha sconvolto le vie di Damasco. Così l’agenzia Asia News: «l’attacco è avvenuto nel quartiere di Bab Tuma, nel centro storico della capitale. Il kamikaze si è infiltrato fra le persone in coda per ricevere viveri e beni di prima necessità distribuiti dai religiosi. Finora il bilancio dei morti e dei feriti è parziale: quattro morti e almeno otto feriti».

Le statistiche indicano in 100.000 le vittime del conflitto: un genocidio del quale l’Occidente è responsabile e che rischia di diventare una macchia indelebile per la nostra civiltà.