14 Giugno 2013

L'Iran al bivio tra chiusa conservazione e prudente speranza

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Hashemi Rafsanjani

Le elezioni iraniane del 14 giugno restano caratterizzate da diversi limiti, primo fra tutti il fatto che da esse uscirà un leader che troverà ancora Khamenei come guida spirituale, e non solo, del Paese. Nondimeno, queste consultazioni restano di vitale importanza, anche per il mondo, dal momento che il dossier nucleare iraniano è da anni un nodo centrale della geopolitica mondiale. Tutti i candidati concordano sulla scelta nucleare, ma l’approccio al mondo è differenziato. Il pragmatico Rasfanjani e l’ex premier Kathami, esclusi dalla competizione, hanno invitato a votare per Hassan Rohani, che nei suoi discorsi ha parlato di un governo caratterizzato da «speranza e prudenza» e di «riconciliare l’Iran con il mondo». Mentre il blocco più conservatore cerca di far emergere un candidato unico, chiedendo agli altri di ritirarsi. Sono riflessioni di Sergio Romano, espresse in un editoriale del Corriere della Sera del 14 giugno, dal titolo Il termometro di Teheran.

Conclude Romano: «Parlare con l’Iran è necessario per almeno tre ragioni. È una potenza regionale, ha un capitale petrolifero che può giovare all’intera regione ed è la guida autorevole di una minoranza musulmana, gli sciiti, che attraversa il Golfo, è maggioranza in Iraq, si estende sino alla Siria e soprattutto al Libano. Non riusciremo a spegnere i fuochi della Siria senza la collaborazione dell’Iran. E non vi saranno prospettive di pace in Afghanistan se l’Iran non sarà chiamato a fare la sua parte. Qualcuno propone che il presidente degli Stati Uniti ripeta al nuovo arrivato l’offerta fatta ad Ahmadinejad all’inizio del suo primo mandato: una mano aperta» per intavolare un dialogo. Quell’offerta, conclude Romano, fu allora rifiutata da Ahmadinejad, ma quella «mano aperta può essere ancora una buona idea».