11 Giugno 2013

Giovanni Bellini, Battesimo di Cristo

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Il Battesimo di Giovanni Bellini nella chiesa di Santa Corona a Vicenza è una di quelle cose che ti fa capire quale sia la fortuna di essere nati italiani. È una grande pala, inserita in un immenso tabernacolo di marmo con pietre varie intarsiate, nella navata di questa luminosissima chiesa gotica nel cuore della città. Solo vederlo, senza neanche conoscerne autore e importanza, è cosa che dà una felicità immediata e che può rasserenare, con quel suo ordine istintivo, anche la mente più inquieta.

La visita al Battesimo di Bellini la settimana scorsa è stata una delle tappe all’interno del Festival Biblico, ed è stato abbastanza emozionante vedere 200/300 persone assiepate davanti a questo quadro per saperne e capire di più. Il Battesimo è opera tarda del grande veneziano, realizzata senz’altro dopo il 1500, secondo alcuni addirittura da far salire al 1510 (Bellini morì nel 1516). È frutto di una commissione di un ricco vicentino, Battista Grazzadori, che aveva fatto voto quando era in Terrasanta di costruire un altare al suo patrono se fosse tornato sano e salvo dal pellegrinaggio. Promessa mantenuta: e commissione affidata al grande vecchio maestro che ancora, quasi 80 anni, teneva benissimo la scena anche di fronte all’offensiva dei nuovissimi Giorgione e Tiziano. Ma la cifra di Bellini è l’umiltà e fa specie pensare che per realizzare questa sua opera tarda il vecchio maestro non abbia avuto nessun problema a “clonare” un’opera realizzata nel 1492 dal suo allievo Cima da Conegliano per l’altare maggiore di San Giovanni in Bragora, una stupenda e appartata chiesa veneziana. Bellini copia Cima, ma quale respiro riesce a immettere in quell’impianto così cristallino, ma forse un po’ raggelato.

Ci sono mille particolari che incantano in questa pala: a partire dalla dolcezza con cui Bellini dipinge il corpo di Gesù, a quel riflesso rosa che ne macchia il perizoma (dovrebbe essere un rimando del rosso della tunica di Gesù tenuta da uno dei tre angeli). Poi c’è quel sottile escamotage di cui a prima vista non ci si accorge ma che invece serve a rimarcare la presenza dei personaggi rispetto a quel vastissimo paesaggio: la luce per loro viene da destra, mentre lo sfondo è tutto illuminato da sinistra. Il paesaggio autunnale, con i verdi che tendono al bruno, reso così delicato dalla maestria di Bellini nel lavorare per velature, è il “polmone” di quest’opera. Non è solo spazio accessorio ma sostanziale. Racconta con la sua ampiezza e la sua forza inclusiva il senso di quel che sta accadendo in primo piano. Racconta di un mondo che non è più nemico, di una realtà che il palesarsi di quell’uomo ha reso più docile. Tutto questo accade perché chi aveva realizzato questo quadro sembra aver aderito all’umiltà di Gesù, che si era fatto battezzare da uno che si era dichiarato “non degno di allacciargli i lacci dei sandali”.