3 Giugno 2013

Nella Liturgia nulla di quel che fa l'uomo può apparire più importante di quel che fa Gesù invisibilmente, ma realmente

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«Chi come me per ragioni anagrafiche ha conosciuto una vita cristiana alimentata dai pia populi cristiani exercitia, da devozioni e manifestazioni della pietà popolare, ha nutrito grandi speranze nell’ora della riforma liturgica: in quel momento infatti si assumeva la convinzione che la vita spirituale personale non può avere altra fonte che non la liturgia, la liturgia eucaristica innanzitutto, la liturgia delle ore, la liturgia dei sacramenti. 
Come negare che la restaurazione della veglia pasquale voluta dalla riforma di Pio XII all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso cambiò la nostra spiritualità, ponendo al suo centro il mistero pasquale, il mistero della morte e resurrezione del Signore Gesù? E come dimenticare il “messalino”, quell’eccellente libro di preghiera personale, che offriva l’eucologia delle collette del tempo liturgico e per le varie necessità e la liturgia delle ore domenicale quale fonte della spiritualità quotidiana? 
Ma cosa è successo dopo, in contraddizione con l’intenzione della riforma liturgica e l’amplissimo materiale che essa poneva a disposizione quale fonte di spiritualità autentica per ogni cristiano? Perché i giovani, anche quelli più consapevoli, non possiedono più il messalino? Perché in Italia le diocesi e i loro uffici liturgici, quando vi è un’assemblea diocesana, o di presbiteri, o di religiose, anziché celebrare la liturgia delle ore preferiscono fabbricare, sovente con dilettantismo, delle liturgie in cui non si è più capaci di esprimere una lex orandi? Giovanni Paolo II ci ha ricordato che “niente di tutto ciò che facciamo noi nella liturgia può apparire come più importante di quello che invisibilmente, ma realmente fa il Cristo per l’opera del suo Spirito” (Vicesimus quintus annus10). Eppure nella spiritualità attuale, basta leggere gli autori “spirituali” più in voga, il riferimento alla liturgia è assente». Così Enzo Bianchi inizia il suo intervento tenuto in un convegno presso il monastero di Bose, ripreso sull’Avvenire del 30 maggio con il titolo La Liturgia torni fonte di spiritualità. Nel suo intervento, Bianchi fotografa una divaricazione tra spiritualità e liturgia e spiega come questa sia dovuta «anche alla responsabilità di operatori liturgici e pastorali che di fatto non riconoscono alla liturgia la qualità di fonte della teologia, della spiritualità e, di conseguenza, della pastorale. Così la spiritualità è sempre più narcisistica, sempre più preoccupata di fornire soluzioni terapeutiche, sempre più individualista e, come tale, è un elemento che ostacola l’assiduità, la partecipazione alla liturgia della Chiesa, che è “partecipazione attiva”, “actuosa participatio” (SC 14), quando riesce a nutrire, cioè a essere accolta come cibo nella vita di fede del credente. Perché nella liturgia cristiana si tratta di accogliere, non di dare; di diventare soggetti di fede, speranza e carità, non di fare». La liturgia, accenna anche Bianchi, «è il primo atto di evangelizzazione».