20 Maggio 2013

Papa Francesco e la Tradizione sociale della Chiesa

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Sul Corriere della Sera del 20 maggio, Vittorio Messori (articolo dal titolo L’equivoco del papa progressista che non ci fa capire Francesco) spiega come il Pontificato di Papa Francesco si inserisca nel solco di quel cattolicesimo sociale che «nasce e vigoreggia nel XIX secolo e poi nei primi decenni del XX ad opera di preti e di laici bollati dai “progressisti” come “intransigenti”, “papisti”, “reazionari”. L’impegno straordinario a favore di ogni miseria umana, che muove la Chiesa a partire dal pontificato di Pio IX e continua sino a Pio XII, contrassegna proprio i seguaci della più rigorosa ortodossia, i credenti che si professano fedeli alla più stretta obbedienza alla Gerarchia e, soprattutto, al papato». Di seguito, Messori segnala alcuni apostoli della carità vissuti in questa temperie: Cottolengo, don Bosco, Murialdo, Faà di Bruno, Cafasso, Allamano, Orione… Prosegue Messori: «Mentre la nuova Italia creava una nuova miseria ecco una schiera di «cattolici “papisti”, i disprezzati “clericali reazionari”, scendere in campo ad aiutare di persona affamati, malati, ignoranti, abbandonati. Non solo lavorando, ma alzando la voce contro tanto bisogno che i ricchi vogliono ignorare».

Secondo Messori, quindi, è falso certo «schematismo, secondo il quale l’impegno agli ultimi si accompagnerebbe necessariamente a una prospettiva sedicente “progressista”. E, nel caso cattolico, “contestatrice”, eterodossa, polemica verso dogmi e gerarchie». 

Significativo, nota ancora Messori, anche il fatto che padre Bergoglio, nella sua opera di carità nei confronti degli ultimi in Argentina, non abbia vissuto derive verso quella teologia della liberazione allora molto diffusa in America latina. Come appare significativa anche la sua devozione mariana, che vibra di quella devozione popolare che alcuni progressisti disprezzano.