9 ottobre 2020

Quando la pandemia dà i numeri

pandemiaLa pandemia da COVID-19 tiene banco da mesi, con un diluvio e una continuità di articoli, dibattiti, servizi e inchieste senza precedenti. Di pari passo è aumentato l’esercito di esperti, virologi, medici e analisti che si cimenta più o meno quotidianamente sul tema.

Ma quantità raramente fa rima con qualità e il cittadino medio fa spesso fatica a districarsi nella miriade di numeri che vengono sfornati quotidianamente. Peraltro si registrano informazioni e posizioni polarizzate, spesso estreme. Si passa da numeri terroristici, nel senso che incutono terrore in chi li legge, a posizioni altrettanto pericolose che negano, o quasi, il problema.

Numeri assoluti e verità relative

L’articolo di Riccardo Saporiti sul Sole24ore  ha il pregio di fare chiarezza su un punto. I numeri vanno sempre “relativizzati”. Non è possibile paragonare il numero di “positivi” ai tamponi di aprile con quelli di ottobre, simili in assoluto, ma molto diversi in percentuale.

I secondi infatti sono dovuti a un numero di tamponi più che raddoppiato rispetto ad aprile (tra i 30 e i 60 mila ad aprile, stabilmente intorno ai 100mila a ottobre e oramai verso i 130mila).

Allo stesso modo non si possono paragonare i numeri “assoluti” di decessi di un paese come l’India con quelli dell’Italia omettendo che la prima ha quasi 1,4miliardi di abitanti, la seconda 60 milioni (circa 1/23esimo).

Purtroppo, rileva il Sole24ore, questo indebito utilizzo dei numeri assoluti è quello che spesso si rileva sui media, con l’effetto nefasto di terrorizzare molti e instillare in altri il tarlo riguardo la malafede del loro utilizzo.

La tentazione di questi ultimi è spesso altrettanto pericolosa. Derubricare infatti la pandemia a un “raffreddore” è operazione indebita.

L’utilizzo di numeri “assoluti” aumenta ulteriormente la confusione quando si cerca di discernere la reale pericolosità del momento attuale, soprattutto in paragone con ciò che abbiamo passato.

I decessi attribuiti al Covid-19 (“con” o “per” Covid) nelle ultime settimane variano tra i 16 e i 31 al giorno. Non sono pochi (né sono mai pochi i decessi), ma (quasi) nessuno spiega come mai a fronte di numeri di nuovi positivi paragonabili a quelli di aprile (all’inizio di aprile si registravano stabilmente 3/4mila nuovi positivi al giorno, cifre analoghe a quelle odierne) oggi si registra un numero di decessi inferiore anche di 30 volte (4/600 a aprile, 16/31 ad ottobre). Servirebbe una spiegazione, ma, perché arrivi, servirebbe anche chi domanda.

Positivi e infettivi

Procedendo per assoluti, il dato che più viene utilizzato, spesso senza spiegazioni, è quello dei nuovi positivi, trattati automaticamente come ammalati e/o portatori di contagio.

In realtà esistono ricerche che hanno scoperto che una percentuale rilevante (anche più del 90%) di questi riscontri di positività sono non solo asintomatici, ma anche non infettivi.

Lo spiegava una ricerca pubblicata sul New York Times (da noi ripreso qui), ribadita di recente da uno studio dell’Istituto di Microbiologia di Treviso. Cosi il prof. Rigoli, primario dell’istituto: “Dei 60mila tamponi effettuati 210 sono risultati positivi; ma 199 di essi lo erano in maniera molto modesta, tanto che abbiamo dovuto amplificare molto il “segnale” per trovare i virus; e probabilmente non erano infettivi. Degli 11 positivi in maniera più cospicua, con segnale chiaro, 4 erano asintomatici e 7 sintomatici. Ma alla fine, appunto, solo in 3 casi si è trovata una carica virale paragonabile a quella che vedevamo normalmente nella fase acuta dell’epidemia”.

La chiave per fare chiarezza sulla reale pericolosità dei “positivi” è quindi nell’amplificazione del segnale, operazione normale nell’analisi dei campioni che però può essere effettuata secondo numeri variabili.

Se non viene data chiara indicazione della quantità di carica virale rilevata dai tamponi il risultato è che tutti i positivi sono uguali, quelli realmente infettivi e quelli che infettivi non sono. Una maggiore chiarezza aiuterebbe.

Pandemia e sanità

L’effetto della concentrazione dell’attenzione sulla pandemia ha portato effetti collaterali alquanto nefasti. Oltre alle disastrose ricadute economiche, si registra una serie di gravi disagi per le cure di tutte le altre patologie. È necessario trovare il modo di ricominciare a far funzionare la sanità in maniera regolare anche per tutti gli altri malati di cui nessuno parla più, ma che continuano a soffrire e morire.

“È triplicata la mortalità per infarto in Italia, rileva uno studio della Società Italiana di Cardiologia (SIC)” condotto in 54 ospedali italiani (vedi Agi). “La sanità si è concentrata sulla pandemia e i cardiopatici hanno evitato gli ospedali per paura del contagio”, spiega sempre all’Agi Ciro Indolfi, ordinario di cardiologia all’Università Magna Grecia di Catanzaro e presidente del SIC. “Se questa tendenza dovesse persistere – aggiunge – e la rete cardiologica non sarà ripristinata, ora che è passata questa prima fase di emergenza, avremo più morti per infarto che di Covid-19”.

Si tenga presente che le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia (230mila decessi nel 2019 secondo ISTAT)… Se tale “effetto collaterale” del coronavirus lo si proietta sulle altre patologie si ottiene un quadro drammatico.

Si tratta così di armonizzare tre esigenze: evitare che gli ospedali diventino focolai di contagio, assicurare una vera continuità del servizio sanitario e rassicurare quanti vi dovrebbero ricorrere. La predominanza sanitaria, mediatica e politica, della prima problematica causa scompensi.

 

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