29 settembre 2020

Hong Kong: libero l'assassino che ha scatenato la rivolta

Chan Tong-kai, l'assassino ora libero a Hong Kong

Chan Tong-kai

Pochi sanno – o ricordano – che le proteste di Hong Kong sono iniziate a causa di un assassino, il quale, grazie a quanto avvenuto in questa tormentata città, ora è un uomo libero.

La rivolta che ha incendiato Hong Kong, oggi sedata da Pechino, è iniziata a causa di Chan Tong-kai, il quale, dopo aver ucciso la fidanzata a Taiwan, nel 2018, aveva trovato rifugio presso la città vicina.

Fuga a Hong Kong

Hong Kong non aveva alcun accordo di estradizione con Taiwan, così che l’assassino, pur condannato a Taipei, ha potuto godersi tranquillamente la sua libertà, nonostante il suo crimine fosse particolarmente odioso: la vittima, infatti, Poon Hiu-wing, aveva solo 19 anni ed era incinta.

Libertà breve, in realtà, perché presto era caduto nelle maglie della giustizia di Hong Kong, accusato di riciclaggio e per questo condannato a 19 mesi di reclusone.

Il suo arresto non era passato inosservato a Taipei, che subito ne aveva chiesto l’estradizione per scontare la pena ben più dura che lo aspettava nelle prigioni di Taiwan.

Ma non c’era alcuna legge di estradizione che consentisse di accogliere la richiesta. Da qui la decisione di Carrie Lam, governatore di Hong Kong, di chiedere al parlamento della città autonoma l’introduzione di una norma in tal senso.

L’estradizione e il principio “Una Cina”

Il problema è che, nonostante sia spesso identificata come uno Stato indipendente, Taiwan è parte della Cina, ciò secondo il principio “Una Cina” che il mondo ha riconosciuto attraverso diversi trattati internazionali (1).

Così era impossibile introdurre una legge che permettesse l’estradizione verso Taiwan e non verso Pechino.

Proprio quest’ultima possibilità ha incendiato la piazza, che ha agitato lo spettro di indebite ingerenze di Pechino nelle vicende di Hong Kong.

Proteste che hanno trovato presto il sostegno interessato dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, che hanno colto al volo l’opportunità per creare criticità all’antagonista globale.

Un mero escamotage, come si è visto in seguito, quando cioè le autorità di Hong Kong hanno congelato il disegno di legge.

Non più dirette a contrastare la norma controversa, le proteste hanno preso un indirizzo indipendentista, col sostegno, anche militare, degli Usa (con militare si intende il supporto logistico, sia di intelligence che digitale, che ha avuto un ruolo fondamentale nella gestione delle manifestazioni – coordinamento, social e selezione degli obiettivi).

Il risultato è stato che Hong Kong ha conosciuto mesi di devastanti scontri sociali. La perla d’Oriente, l’hub finanziario della Cina, ne è uscito prostrato sia a livello economico-finanziario – una depressione aggravata dalla successiva pandemia -, sia a livello sociale.

La legge sulla Sicurezza nazionale

Pechino non poteva permettersi che una sua regione, per di più tanto cruciale – sia per la finanza che per il suo ruolo di interfaccia col mondo -, venisse incenerita da questa lotta continua.

Da qui l’inevitabile stretta, con l’introduzione di una legge sulla Sicurezza nazionale che ora consente alle autorità centrali di perseguire persone accusate di minacce all’integrità territoriale e reati connessi (mutatis mutandis è un po’ quel che è accaduto in Spagna, dove i leader dei separatisti catalani sono finiti in carcere).

Un esito sicuramente previsto dall’intelligence e dagli ambiti che hanno sostenuto la piazza, a meno di ritenerli del tutto ingenui, che evidentemente hanno reputato che tale inevitabile sviluppo fosse un successo.

Ciò sia perché infligge un colpo ferale alla finanza cinese, sopravvissuta ma non senza nocumento, sia perché Pechino ha perso il suo più diretto ambito di interfaccia col mondo (non sarà facile rigenerarlo o sostituirlo).

Ma anche perché la stretta su Hong Kong ha offerto nuova linfa alla propaganda anti-cinese ed ha eliminato, o quantomeno congelato, la possibilità che l’esperimento di una coesistenza tra libertà individuale, pur limitata, e governo comunista potesse portare frutti all’interno della Cina continentale. Sviluppo che avrebbe dato a Pechino una spinta notevole nella contesa geopolitica globale.

Libertà perse e libertà trovate

Ma questo è ormai un capitolo di storia del passato, anche se Hong Kong è ancora abitata da sotterranee agitazioni. Un capitolo la cui confusa enigmaticità appare racchiusa nell’oscura vicenda di cui è protagonista Tong-kai.

Durante le agitazioni pregresse l’assassino aveva detto che si sarebbe consegnato a Taiwan. Dichiarazioni concilianti che, seppur non concordate, erano quantomeno funzionali alle agitazioni di piazza, utili cioè a evitare che su queste ultime si allungasse l’ombra imbarazzante del suo crimine.

Ora che ha scontato la pena a Hong Kong e che è tornato uomo libero – ma sempre sotto la tutela della polizia data la rilevanza internazionale del suo caso -, non si sogna affatto di dar seguito a quelle parole.

A nulla è valso l’appello della madre della vittima, che alla Tv taiwanese ha chiesto al reprobo di consegnarsi (South China Morning Post).

Né nulla possono fare le autorità di Hong Kong, dato che, sebbene sia entrata in vigore la legge sulla Sicurezza nazionale, non c’è ancora una norma che consenta l’estradizione per reati comuni.

Così le proteste per la libertà di Hong Kong hanno avuto come esito quello di restringere gli spazi di libertà dei suoi cittadini e guadagnare la libertà a un criminale. Bizzarra eterogenesi dei fini.

 

(1) Sul punto vedi anche National Interest, articolo sul quale torneremo.

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