25 settembre 2020

Arrestato l'eroe di Hotel Rwanda. Retroscena

Paul Rusesabagina è noto per “Hotel Rwanda“, il film che ha fatto conoscere al mondo quanto ha fatto durante il genocidio ruandese, salvando migliaia di persone.

In questi giorni è tornato alla ribalta delle cronache per essere finito in prigione nel suo Paese. Esule negli Usa, cittadinanza belga e americana, le circostanze del suo arresto restano misteriose.

Si sa solo che ha preso un aereo che l’ha portato in Ruanda, dove è stato tratto in arresto. Dalla prigione, dalla quale i suoi cari dicono non possa parlare liberamente, ha detto solo che aveva preso un aereo per il Burundi e invece si è trovato altrove.

Un’operazione dell’intelligence ruandese, secondo il New York Times, che gli dà la caccia da 13 anni, ma è probabile l’apporto di qualche intelligence ben più sofisticata.

Rusesabagina è inviso al governo di Kigali perché ne è un acceso critico, tanto da diventare figura autorevole dell’opposizione in esilio (nel suo Paese non c’è opposizione, né ci può essere). Da qui le accuse di “omicidio, incendio doloso e terrorismo” per le quali verrà processato.

Sia l’efficienza dell’operazione sia lo scarso rilievo mediatico dato all’arresto di una figura tanto dignitosa, anzi i media hanno indugiato sugli asseriti lati oscuri dell’eroe, vanno ricercate nell’importanza geopolitica del Ruanda, ignoto ai più, ma non ai padroni del mondo. E la sua importanza va ricercata nella storia recente, al genocidio che vi si è consumato.

Nel 1994 la guerra tra il Rwandan Patriotic Front, di etnia tutsi, guidato da Paul Kagame, e Kigali, di cui era presidente Juvénal Habyarimana, punto di riferimento degli hutu, era in stallo grazie a un fragile accordo di pace.

Ma il 4 agosto di quell’anno, a causa di un attentato, l’areo che portava il presidente precipitò. E con questo il suo Paese. Il partito del presidente accusò dell’accaduto il leader rivale e iniziò la caccia ai tutsi e ai tanti hutu non conniventi con gli assassini.

I morti, in pochi mesi, furono 800mila, a causa alla criminale inerzia dell’Occidente e dell’Onu. Il Rwanda, scrive il NYT, fu poi “stabilizzato sotto la mano ferma di Paul Kagame, leader ribelle diventato presidente e beniamino dei colpevoli paesi occidentali. Kagame è stato sostenuto da alleati potenti come Bill Gates, Tony Blair, Bill e Hillary Clinton”.

“I donatori elargirono aiuti al suo governo, che ridusse la povertà, sviluppò l’economia e promosse le donne. Dopo un quarto di secolo, il genocidio getta ancora una lunga ombra all’interno del Rwanda, dove la verità su come si sia  veramente svolto il massacro è aspramente contestata….”.

“Ora, il Rwanda è anche conosciuto come uno Stato autoritario in cui Kagame esercita il controllo totale, le sue truppe sono accusate di saccheggi e massacri nel vicino Congo, e i rivali politici sono imprigionati, sottoposti a processi fittizi o muoiono in circostanze misteriose, in patria e all’estero“.

Cenno cruciale quello sulla Repubblica democratica del Congo, che il NYT evita di approfondire, ma nel quale risiede l’importanza del Ruanda. Infatti, il sottosuolo delle regioni congolesi confinanti col Ruanda è uno dei più ricchi del mondo.

Oltre a oro e diamanti, ci sono le più ricche riserve di coltan del mondo, minerale necessario a computer, cellulari e quanto altro. In quelle regioni si sono rifugiati gli hutu fuggiti dal Ruanda dopo l’avvento di Kagame, per evitare un genocidio di segno opposto, dato che i tutsi iniziarono la caccia agli hutu.

E li inseguirono fin dentro la Repubblica democratica del Congo, con la paterna benedizione dell’Occidente, dato che tutti quei fuggiaschi erano considerati colpevoli di genocidio, nulla importando che tra essi c’erano uomini, donne e bambini che nulla avevano a che fare con l’orrore consumato in patria.

Il conflitto si protrasse per anni, dal 1994 al 2003, interessando anche i figli degli esuli, e i figli dei figli (in Africa si muore giovani) e vide la discesa in campo di forze armate di ben 7 nazioni africane (e di infinite fazioni).

Una guerra senza fine, e non lo scriviamo a caso, che perdurò anche dopo la fine della guerra aperta, consegnando quelle regioni a un’instabilità permanente che ha permesso alle imprese minerarie straniere di accedere alle ricchezze del Congo a costo zero.

Il Ruanda in tutto questo è stato cruciale, sia per gestire il caos, sia come hub per smistare le ricchezze del Paese confinante. Da qui l’importanza che riveste per il mondo (sul punto vedi 30 Giorni). Black live matter evidentemente non vale per i neri africani.

Per gli appassionati del politically correct è sufficiente che il coltan di cui sono pieni i nostri telefonini e pc porti la scritta “non proviene da zone di guerra”: infatti arriva ufficialmente dal Ruanda, che poi sia estratto in Congo si può tranquillamente omettere.

A sinistra, Don Cheadle e Nick Nolte in una scena del film “Hotel Ruanda”; a destra, il vero Paul Rusesabagina insignito dalla “medaglia presidenziale per la libertà”, il più alto riconoscimento civile Usa, dal presidente George W. Bush

P.s. Paul Kagame ha vinto le elezioni nel Ruanda dal 2000 al 2018 con percentuali che variano dal 93 al 98%. Al confronto il contestato presidente della Bielorussia, Aljaksandr Lukašėnko, che si accontenta di percentuali intorno al 70%, appare un convinto democratico. Ma al primo vanno sorrisi e strette di mano, al secondo il biasimo internazionale…

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