15 settembre 2020

Navalny, Iran e altro: quando la narrazione è distruzione

La farsa dell’avvelenamento di Navalny rischia di avere conseguenze enormi in Occidente. Ad accusare Putin è soprattutto la Germania, dove l’oppositore dello zar russo è ricoverato.

Tutto grida che Putin non c’entra nulla nella vicenda, a iniziare dal Novichok, che solo uno stupido utilizzerebbe per tale crimine, peraltro tanto letale da rendere impossibile la sopravvivenza del malcapitato (per fortuna salvo). Ma ne abbiamo scritto in altra nota e non interessa tornarci.

Il caso del laboratorio tedesco

Peraltro in queste ore sta avendo sviluppi un caso che apparentemente nulla c’entra, ma anche sì.

Nel 2012 un controllo antidoping sull’atleta italiano Alex Schwazer, già campione olimpico della 50 Km, risulta positivo. Uscito dal tunnel, Schwazer cambia tutto e diventa alfiere dell’antidoping, ma nel 2016, alla vigilia dei Giochi di Rio de Janeiro, risulta ancora positivo.

L’atleta contesta l’analisi, porta prove a discarico, ma non c’è nulla da fare. I controlli effettuati in un laboratorio tedesco lo inchiodano. È squalificato.

Ma nei lunghi anni, nuovi elementi: tra questi le e-mail di alcuni dirigenti dell’anti-doping che parlano esplicitamente di manipolazione e la nuova analisi da parte dei Ris di Parma, che concludono che il Dna delle urine contenute nella provetta incriminata non è umano. Nonostante tutto, sarà difficile acclarare la manipolazione: troppi coinvolti, ma vedremo.

Istruttivo, però, di come possono funzionare certi meccanismi se ci sono interessi in gioco. E nel caso Navalny di interessi ce ne sono tanti: stanno montando le pressioni sulla Merkel perché abbandoni il Nord Stream 2 che, portando gas russo direttamente alla Germania e realizzando così un asse, non solo energetico, Belino-Mosca, potrebbe cambiare il mondo.

Per dar forza alle accuse, il laboratorio tedesco ha chiamato in causa laboratori francesi e svedesi, che hanno corroborato. Conferma “indipendente”, caso chiuso.

Quella di non rilasciare alcun documento per dar prova delle accuse, ma di chiudere la vicenda con conferme “indipendenti”, è una tecnica usuale. Ne abbiamo scritto altrove, riferendo di un articolo di The Intercept sull’applicazione di tale tecnica alla narrazione mediatica.

Le mine giocattolo russe made in Usa

Va così da tempo, basti pensare alle mine giocattolo usate dall’Urss durante il loro intervento in Afghanistan, nel quale si trovarono a fronteggiare i mujaheddin (leggi al Qaeda) sponsorizzati dagli Stati Uniti.

Tali mine dovevano uccidere i bambini afghani, narrativa che ebbe vasta eco in Occidente. La storia è ripercorsa da Milt Bearden, alto dirigente Cia che allora gestiva il secondo sostegno dell’Agenzia ai mujaheddin, in un articolo per il National Interest.

Secondo Bearden la favola delle mine anti-bambino nacque da sé, in zona di guerra, e fu subito ripresa dal mondo, con varianti funamboliche.

“È stata un’operazione segreta meravigliosa – scrive Bearden – […] Il mondo intero si stava scagliando contro l’Impero del Male per i suoi brutali e sfrenati attacchi ai bambini afgani. Ha destabilizzato i sovietici in Afghanistan e nel mondo”.

“Ma era falso”.

A sin. Afghanistan a dx Vietnam.

Bearden racconta che spiegò al suo superiore che si trattava di usuali mine anti-uomo, peraltro un’imitazione di quelle usate dagli americani in Vietnam (riscontro che avrebbe potuto fare anche qualche giornalista dell’epoca… tant’é).

“Se c’è una morale alla storia delle bombe giocattolo – scrive Bearden -, è questa: tutti coloro che negli anni ’80 credevano che i sovietici usassero bombe giocattolo in Afghanistan probabilmente lo credono ancora oggi”.

Considerazione che vale per le operazioni più recenti, dal caso Litvinenko a tanto altro. La narrazione consolidata, a meno di un allentamento della stretta o di una perdita di interesse di certi ambiti, resta verità irrevocabile.

Tale dinamica, usata all’epoca anche dai sovietici, ora è più sfacciata, nulla importando della plausibilità di certe narrazioni.

E si dipana in un mondo squilibrato, nel senso tecnico del termine, cioè che manca di un equilibrio geopolitico stabile, prima assicurato dai due grandi poli, e nel senso patologico, dato che a ciò si associa un impazzimento di certi centri di potere. Così è tutto più pericoloso.

Dies Iran

Lo dimostra il nuovo caso iraniano: uno scoop di Politico basato su fonti anonime afferma che Teheran vorrebbe vendicare l’assassinio di Soleimani uccidendo l’ambasciatore Usa in Sud Africa.

Fola smentita da Teheran, che peraltro ha sempre detto che la vendetta starebbe tutta nel far ritirare gli Usa dal Medio oriente, ma l’amministrazione Usa ha minacciato sfracelli.

La fola arriva mentre gli Stati Uniti stanno esercitando un forcing feroce per impedire che l’Onu revochi l’embargo sull’acquisto delle armi imposto all’Iran, che scadrà a ottobre. E non sembra affatto scollegata da tale campagna, che vede gli Usa in netta difficoltà a convincere i recalcitranti membri del Consiglio di Sicurezza a seguirla.

Pur di impedire tale sviluppo, si è creato un casus belli al quale la politica deve adeguarsi, per non perdere consensi, come nel caso di Trump, o per assecondare l’operazione, come per il Segretario di Stato Pompeo, ferocemente anti-iraniano.

Nessuna verifica previa o successiva. I fatti non contano, basta uno scoop. E la guerra, e che guerra, bussa alle porte. Follia dilagante.

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