8 settembre 2020

Amazon e il monopolio multiforme

Una immagine significativa gira sul web da qualche mese, quasi come una moderna cosmogonia rappresenta l’universo di Amazon e delle sue controllate che si dipanano in ogni segmento di mercato, andando – inevitabilmente – a confliggere con altri colossi della tecnologia, della logistica e del web. Google, Spotify, FedEx, Youtube, Netflix e altri sono incalzati dall’avanzata di Amazon.

Amazon sembra mirare a diventare il supermarket globale, l’unico negozio nel quale i cittadini del mondo, o di gran parte del mondo, potranno acquistare tutto ciò che gli serve, dalla logistica ai film. Senza disprezzare i media, dato che ha in tasca il Washington Post, considerato uno dei più autorevoli media del mondo.

A ciò si unisce quel che le cronache di questi mesi hanno riportato in prima pagina, cioè le incredibili performance che Jeff Bezos ha realizzato durante la pandemia, accumulando utili come nessun altro (almeno dei noti).

Bezos, non solo l’uomo più ricco del mondo, sta costruendo un Impero monopolistico multiforme, unico nel suo genere. Il liberismo classico avversava il monopolio come ostacolo allo sviluppo imprenditoriale, che ha nella competizione una molla sorgiva.

Il monopolio chiude e opprime il mercato, e il monopolio del quale l’Impero di Bezos è candidato chiuderà tanti spazi di manovra ad altri. Inquieta, peraltro, anche la realizzazione di una Intelligence security alla quale è stato demandato il compito di affrontare le minacce all’azienda, tra cui gli attivisti sindacali…

 

Al di là delle fortune di Bezos, che possono essere comparate a quelle di altri e ancor più ricchi paperoni del passato (Corriere della Sera), sarà interessante vedere quanto spazio la crescita esponenziale di Amazon riuscirà a erodere alle concorrenti, tutte monopoliste nel loro settore (così le Big Tech, almeno in Occidente). Si approssima un futuro che un tempo avrebbe potuto sembrare distopico e che ora appare, nella sua mostruosità, normale.

Si può notare, infine, che la rivoluzione industriale si formò sul lavoro degli schiavi, in senso letterale in America (New York Times), in senso meno letterale, ma non meno duro, in Europa, dove uomini, donne e bambini erano costretti a turni e soprusi estenuanti per salari miserevoli.

Anche la rivoluzione digitale (di cui l’e-commerce è solo uno sviluppo) si è fondata sul lavoro di schiavi.

Così i dipendenti delle Big Tech, le cui fabbriche sono state de-localizzate per poter usare legislazioni che permettessero loro il massimo sfruttamento dei lavoratori, così Amazon, i cui dipendenti sono poco meno che schiavi.

Bizzarro che gli schiavisti di oggi siano i più strenui assertori delle proteste anti-razziste che infiammano l’America, che tra le altre cose intendono rivisitare in una luce più critica la schiavitù del passato. Spostare l’attenzione sul passato distrae dal presente. E soprattutto dal futuro.

 

 

 

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