1 settembre 2020

NYT: le contraddizioni dei test sul coronavirus

Il New York Times del 29 agosto pubblica un articolo il cui titolo sembra interessante per capire qualcosa in più in merito ai dati sulla pandemia negli Stati Uniti, dati che tanta parte hanno avuto e stanno avendo nella contesa elettorale e che suscitano emozioni anche in Italia, alle prese con lo stesso morbo. Questo il titolo della nota: Your Coronavirus Test Is Positive. Maybe It Shouldn’t Be”  (il tuo test al coronavirus è positivo ma forse non dovrebbe esserlo).

La tesi del NYT, fondata su pareri di vari esperti interpellati, è alquanto semplice: i test PCR attualmente utilizzati negli Usa (tamponi nasofaringei analoghi ai nostri) non danno indicazioni sulla quantità di virus presente nel paziente e quindi sulla sua eventuale contagiosità, ma  danno una risposta del tipo SI-NO.

Questi test sono in grado di scoprire qualsiasi traccia del virus, anche minima, a seconda del “numero di cicli” a cui viene sottoposto il campione  prelevato dall’interessato, ma nulla comunicano in merito alla quantità di virus “scoperto” e quindi a quanto il paziente possa essere effettivamente ammalato e/o contagioso.

Scrive il NYT: “I test standard stanno diagnosticando un numero enorme di persone che potrebbero essere portatrici di quantità relativamente insignificanti del virus… Il test diagnostico più utilizzato per il nuovo coronavirus, chiamato test PCR, fornisce una semplice risposta sì-no alla domanda se un paziente sia infetto…”.

“Ma sì-no non è una risposta sufficiente. È la quantità di virus che dovrebbe determinare i passaggi successivi del paziente infetto…”.

Il problema dei test effettuati negli Usa è che non sono omogenei: alcuni sono più approfonditi, altri meno. Così che accade, come rileva il NYT, che persone dichiarate positive al test in alcuni Stati, in altri, nei quali i test sono più approfonditi, risulterebbero sani.

Così sul NYT: “Giovedì, gli Stati Uniti hanno registrato 45.604 nuovi casi di coronavirus, secondo un database gestito da The Times. Se i tassi relativi alla contagiosità del Massachusetts e di New York dovessero applicarsi a livello nazionale, allora forse solo 4.500 di quelle persone potrebbero effettivamente aver bisogno di isolarsi e sarebbe necessario ricercare i  loro contatti” precedenti per accertarsi se abbiano o meno contagiato altri.

Le conseguenze di tali considerazioni sono evidenti: se le migliaia di positivi riscontrati dai test sono dei veicoli di infezione esiste ancora un grave problema pandemico, se invece lo sono solo nel 10% (circa) dei casi lo scenario cambia radicalmente.

La narrazione diffusa dai media americani dà per scontato che siano tutti potenziali veicoli d’infezione, con tutte le conseguenze del caso.

Ovviamente sarebbe interessante sapere se anche per i “tamponi” effettuati in Italia e nel resto del mondo valgono le stesse osservazioni oppure no (quali test si effettuano in India, in Bangladesh, in Cile? Solo per fare qualche esempio). Altrettanto ovviamente nessun giornale italiano si è posto questa domanda. Unica eccezione Dagospia.

Non si tratta di negare la realtà, ma, al contrario, di comprenderla meglio. il multiforme approccio al virus e all’epidemia conseguente, approccio che varia da Stato a Stato e troppo spesso anche da regione a regione; le indicazioni contrastanti di medici ed esperti (e anche non esperti), italiani e internazionali…

Tanta la confusione, anche alimentata dai media, pronti a rilanciare notizie, anche se infondate o solo sensazionalistiche, perché il “coronavirus” è notizia in sé e attira lettori e telespettatori (e restano inevase le domande del perché la maggior parte delle informazioni sul tema via Twitter siano state veicolate da bot, vedi Piccolenote).

Tanta confusione, appunto, in giro per il mondo. Un po’ di razionalità aiuterebbe, ma è oramai troppo tardi per sperare in un sussulto in tal senso. Navigazione a vista, speriamo bene.

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