28 agosto 2020

Riparte il maccartismo: Putin ha avvelenato Navalny...

Il maccartismo di ritorno, ancor più caricaturale di quello precedente, ha individuato il colpevole dell’avvelenamento di Alexey Navalny: Vladimir Putin. Nessuna inchiesta, processo rapido, praticamente istantaneo, e il reo è stato subito individuato e condannato all’infamia.

Alla giuria mediatica e politica d’Occidente, almeno a tanta di essa, nulla importa che i media russi abbiano subito pubblicato il video che ritrae Navalny all’aeroporto, dove a offrire la tazza di thé è stato un suo assistente (di thé avvelenato aveva parlato subito un altro suo assistente).

Nulla importa che Navalny era più utile a Putin da vivo che da morto. E ciò perché da vivo conta nulla, come dimostra una delle ultime manifestazioni da lui organizzata, nella quale ha “trascinato” in piazza 7mila persone.

Meno di una protesta della Coldiretti di Vigevano, peraltro in una città, Mosca, che pure conta più di 11 milioni di abitanti. Se poi erano 7mila, dato che a riferirlo è Repubblica, che simpatizza per il blogger anti-Putin e si sa che i numeri dei partecipanti alle manifestazioni son materia elastica.

Come avvelenatore, poi, Putin è una vera frana. L’accusa, infatti, stride col fatto che al povero Navalny hanno provato a salvargli la vita: atterraggio di emergenza dell’aereo e pronto ricovero in ospedale, dove sono state predisposte le cure del caso.

Se davvero i servizi segreti russi avessero avuto intenzione di uccidere il malcapitato avrebbero intimato al pilota di inventarsi un impedimento qualsiasi, tale da ritardare l’atterraggio. O suggerito ai medici di sbagliare medicine. Può capitare, e non solo in Russia.

Non solo, avendo la Germania chiesto di assisterlo, Mosca ha acconsentito al trasferimento, col rischio, anzi la sicurezza, che, una volta eventualmente guarito, il malcapitato punterà il dito contro il Cremlino (difficile se non impossibile dismettere certi panni, una volta indossati).

Insomma, il grande stratega Putin, così anche per i suoi detrattori, che sta tenendo sotto scacco l’Occidente, ne esce come un arraffone che non sa neanche mettere a tacere un avversario dalla caratura di un peso piuma. Tant’è.

Nulla importa ai padroni della narrazione, che ovviamente continueranno a propalare il verbo indiscusso. Resta da capire se anche Navalny aveva un ruolo in questo gioco di scacchi tra Putin e i suoi avversari. Ruolo scomodo, a volte, dato che negli scacchi è previsto anche il sacrificio di un pezzo in vista di un guadagno più grande.

Arraffone e anche sciocco, Putin, dato che avrebbe portato a segno un crimine odioso del quale sarebbe stato sicuramente accusato dall’Occidente, come dimostrano casi precedenti, distruggendo così la sua immagine proprio nel momento di maggior successo, avendo lo zar russo vinto la corsa mondiale al vaccino per il Covid-19.

Non solo, mettendo anche a repentaglio uno dei più importanti progetti geopolitici della sua lunga reggenza: la costruzione del North Stream 2, gasdotto che porterà il gas russo direttamente in Germania. E proprio adesso che manca l’ultimo, sospirato, tratto.

Progetto geopolitico, appunto, perché crea un filo diretto tra Mosca e Berlino, non solo energetico. Filo che gli Stati Uniti stanno tentando in tutti i modi di tagliare, minacciando e mettendo sanzioni e facendo altre e più oscure pressioni.

Tanto che la Merkel è stata costretta a dire che la vicenda Navalny, sulla quale ha chiesto chiarezza, non deve essere collegata al gasdotto (New York Times). Difesa postuma e previa che indica la posta in gioco di quanto sta avvenendo.

Non solo, in questi mesi Russia e Stati Uniti hanno ripreso a dialogare, seppur nel ristretto ambito degli accordi nucleari, in vista di un loro ripristino dopo la rescissione da parte di Washington.

L’infamia su Putin potrebbe tagliare anche questo filo di dialogo, lasciando il mondo privo di accordi sul tema e precipitandolo di nuovo nell’incubo della corsa all’atomica. Baratro che mette a rischio l’esistenza stessa dell’umanità. Un po’ di lucidità aiuterebbe, quella che il maccartismo dilagante finisce per offuscare.

 

 

 

 

 

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