28 agosto 2020

Elezioni Usa: prove di rivoluzione colorata

Hillary Clinton ha consigliato-ammonito Biden di non concedere “in nessun caso” la vittoria a Trump in caso di sconfitta alle elezioni. E di approntare una macchina legale per far valere le proprie ragioni.

Ha motivato la sua inquietante dichiarazione allarmando i suoi sul fatto che i repubblicani si apprestano a combattere su ogni scheda, ma in realtà il suo consiglio va ben oltre, dato che si tratta di non accettare il verdetto delle urne.

Dinamica da rivoluzione colorata

Quanto consigliato ricorda un dinamismo usuale, proprio delle rivoluzioni colorate, ben note all’ex Segretario di Stato Usa per averle coordinate da Washington.

Dal colpo di Stato in Ucraina (vedi cenno illuminante di Sergio Romano) al golpe in Bolivia, esse hanno nel momentum elettorale il loro inizio, con contestazioni di piazza per asserite frodi elettorali. Ciò dà avvio a un braccio di ferro sempre più duro per provocare le dimissioni dell’asserito dittatore di turno (peraltro a Trump è già stato ritagliato tale physique du rôle).

Le proteste di piazza avrebbero il necessario sostegno mediatico, decisivo in tali rivoluzioni, dato che tutti i media mainstream sono contro Trump, e di parte importante dell’apparato di sicurezza Usa, con vasta esperienza nel settore.

Peraltro le piazze sono già predisposte, date le proteste anti-Trump che si susseguono da mesi dopo l’uccisione di George Floyd.

Certo, il consiglio della Clinton è estremo, e ribaltare l’esito del voto in tal modo sarebbe più arduo negli Usa che altrove, ma è sintomatico del nervosismo che circola in ambito democratico, nonostante il favore che Biden gode nei sondaggi (da alcuni giorni gli sono un po’ meno propizi).

Peraltro i dem potranno contare sul caos dello scrutinio che inevitabilmente produrrà il voto postale, da essi fortemente voluto contro il parere di Trump, che teme manipolazioni.

Il vizio della Clinton

La richiesta del voto postale risulta bizzarra. Certo, c’è l’emergenza Covid-19, ma per evitare file ai seggi, da cui la possibilità di assembramenti, si potevano aumentare i giorni o le ore della votazione, limitando il rischio caos e manipolazioni.

Tra l’altro la preoccupazione espressa dai democratici per l’asserito assembramento ai seggi stride con il favore col quale hanno accolto il recente pronunciamento di mille medici americani che, in una lettera aperta, avevano rassicurato sul fatto che le manifestazioni anti-razziste non comportano rischi di contagio…

Ma al di là dell’ironia del caso, val la pena ricordare che, a fronte del monito a non concedere la vittoria a Trump, quest’ultimo ha assicurato che invece concederebbe la vittoria all’avversario.

Peraltro il consiglio-monito della Clinton nasce dalla sua esperienza personale. Nel 2016, dopo la sconfitta, diede alle stampe il libro “What Happened” (Cosa è successo), nel quale spiegava come la vittoria le fosse stata rubata da Trump.

Volume al quale doveva accompagnarsi un documentario realizzato dal più potente produttore di Hollywood, Harwey Weinstein, abortito a causa dei guai che si sono abbattuti su quest’ultimo, e pubblicato sull’onda delle accuse a Trump di aver rubato le elezioni grazie all’aiuto russo (il Russiagate, poi svaporato).

Referendum senza dibattiti

Per tornare al presente, al consiglio della Clinton si è aggiunto quello della sua sodale Nancy Pelosi, che ha detto a Biden di evitare i dibattiti con Trump.

È evidente che la speaker della Camera teme che Biden sia sovrastato. Come è evidente che, in assenza di tali dibattiti, stia chiedendo ai cittadini un voto alla cieca.

Il suo consiglio rientra nel progetto dei dem di trasformare le elezioni in un referendum su Trump. Artificio legittimo, ma fino a un certo punto in una democrazia, che vorrebbe che i cittadini fossero informati su programmi e quanto altro.

I maestri della democrazia, che pretendono insegnarla a tutto il mondo (e in particolare a quei Paesi che non si conformano alle loro indicazioni), non stanno dando un grande spettacolo in tal senso in casa propria.

Trump contro (quasi) tutti

Ieri Trump ha accettato la nomination. Un titolo del New York Times: “Non i Bush, né i reaganiani, né gli ambiti vicini a Cheney o McCain: chi manca alla Convention nazionale repubblicana di Trump”. Così inizia la nota: “La vecchia guardia, che ha guidato il Partito Repubblicano dal 1980 al 2016, è stata vistosamente assente nella Convention di quest’anno, mettendo la firma definitiva sull’amaro divorzio del partito” da Trump.

Assenza che suggella quanto messo in evidenza da tempo: Trump non ha contro i democratici, ma quasi tutta l’élite politica Usa, oltre ad altri ambiti ben più potenti.

Presidenziali anomale, forse le più decisive della storia Usa: l’establishement è terrorizzato dall’idea che Trump, in nome dell’isolazionismo, metta la parola fine alla pretesa di rendere globale, a scapito di altri, l’Impero americano. In fondo la contesa sta tutta qui.

 

Ps. “Il programma del secondo mandato di Trump include la fine delle guerre ‘infinite'”. Così un titolo di MilitaryTimes (lo riportiamo solo per la rivista in questione, la più importante nell’ambito specifico, particolare che dà più rilevanza al contenuto). Che Trump possa fare quanto recita questo titolo ne è convinto il senatore Rand Paul, che lo ha affermato alla Convention repubblicana (Nbc). Per altro tema, o forse no, all’uscita della Convention Paul è stato affrontato da una folla di manifestanti (Politico).

 

 

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