19 agosto 2020

Obama, Sanders e l'Opa sul magmatico partito dem

Qualcosa sta cambiando nel partito democratico, sotto la spinta di Obama e Sanders che hanno lanciato un’Opa sui dem, come dimostra il rilievo dato all’intervento dell’ex first lady Michelle Obama alla Convention che deve ufficializzare la candidatura di Joe Biden alla Casa Bianca.

Indice di tale cambiamento non solo il programma, nato per lo più da un compromesso tra Sanders e Obama, che include la fine delle guerre infinite, ma un intervento del tutto imprevedibile: Hillary Clinton ha dichiarato che la prossima amministrazione degli Stati Uniti deve reintegrare l’accordo sul nucleare iraniano.

Da sempre avversa, più o meno nel segreto, all’intesa siglata da Obama, la voce della Clinton appare una novità di rilievo: segno che si sta riposizionando dopo i rovesci che hanno investito il marito a causa delle sue frequentazioni con il pedofilo Epstein.

Certo, l’intenzione di ripristinare l’accordo con Teheran è nel programma del partito, ma proprio per questa inutilità il suo intervento appare significativo di un’apertura ai rivali interni (apertura da maneggiare con cautela, data la nota doppiezza dell’ex Segretario di Stato).

E denota che l’Opa lanciata da Obama e Sanders ha una sua consistenza, nonostante la sconfitta subita nella scelta del vicepresidente, ché Kamala Harris rappresenta il nocciolo duro dell’establishement.

Di interesse, su tale scelta, una nota di Haaretz. Un articolo di Allison Kaplan Sommer iniziava così: “Martedì sera i tappi di champagne stavano saltando in aria nei circoli filo-israeliani dopo l’annuncio che Joe Biden aveva scelto il senatore Kamala Harris come sua compagna di corsa”.

Ciò perché, a detta della cronista, nei circoli suddetti, tra le tante figure ipotizzate come possibili vice di Biden, la Harris risultava la scelta più gradita a motivo delle sue posizioni pregresse riguardo Israele.

Tali festeggiamenti, scrive la Sommer, “hanno oscurato una realtà molto meno piacevole per gruppi come AIPAC, i democratici pro-Israele e i loro alleati: la realtà delle primarie del Congresso Usa, dove questi gruppi filo-israeliani hanno subito una serie di dolorose sconfitte”.

“Lo stesso giorno dell’annuncio della Harris, la vittoria decisiva del deputato Ilhan Omar nelle primarie del Minnesota ha evidenziato una serie di sconfitte, 0-4 per i gruppi filo-israeliani impegnati a respingere la crescente forza e popolarità del gruppo noto come la ‘Squadra’ – giovani candidate progressiste di colore, in gran parte donne”.

Se riportiamo il brano di Haaretz non è tanto per dar conto di come Israele guardi alle elezioni americane, punto di vista che ha una sua rilevanza, ma relativa (date anche le diverse e confliggenti forze che si stanno scontrando in Israele), quanto per dar conto del complesso amalgama che sta dando forma al nuovo partito democratico.

Sotto la spinta dell’unione contro il nemico comune, l’odiato Trump, sta prendendo forma un amalgama complesso, che né i liberal, né gli oligarchi che vi stanno investendo in maniera munifica, né l’establishement del partito riescono ancora a controllare. La variabile Sanders è ancora viva e vitale.

Se i dem dovessero vincere, e i sondaggi sono meno sicuri di un tempo, la battaglia interna al partito, non solo sulla politica interna, ma anche su quella estera, potrebbe riservare sorprese, tutte da scoprire.

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