10 agosto 2020

Bielorussia tra Russia e Occidente, col rischio di una nuova Maidan

Dopo le elezioni, manifestazioni a Minsk. Un copione usuale delle rivoluzioni colorate, dove, a risultati acquisiti, iniziano proteste per denunciare veri o asseriti brogli, con manifestazioni che innescano scontri sempre più cruenti, a volte con l’ingresso in campo di cecchini identificati come governativi. Scorre il sangue, le manifestazioni montano fino a che il governo preso di mira è costretto a dimettersi.

Schema peraltro denunciato dal padre padrone della Bielorussia, Aleksandr Lukascėnko, da decenni al potere, che ha ammonito che a Minsk non ci sarà una nuova Maidan – la rivoluzione colorata ucraina – e ha chiesto ai manifestanti di calmarsi, accusando Polonia, Ucraina, Gran Bretagna e Russia di alimentare la piazza.

Nonostante sia considerato un dittatore collegato alla Russia, che certo condivide col suo Paese legami storici e geopolitici, le cose sono più complesse di quanto appaiano.

Negli ultimi anni, infatti, il boss bielorusso ha preso contatti e consolidato rapporti con l’Unione europea e ha bisticciato non poco col potente vicino. Bisticcio infiammato nei giorni precedenti le elezioni dall’arresto di 33 militari russi della Wagner, un’agenzia che mette i suoi mercenari a disposizione di chi paga (ne esistono tante nel mondo).

Ne è nato un caso diplomatico, dato che Lukascėnko ha accusato Mosca di voler attuare un colpo di Stato. Un’accusa rigettata dalla controparte, che invece dichiarava l’arresto dei suoi cittadini del tutto immotivato (in effetti, compiere un colpo di Stato con 33 uomini è alquanto arduo).

IL dissidio si è in parte ricomposto grazie a una telefonata in extremis tra Putin e Lukascenko, dopo che per giorni il primo aveva rifiutato di alzare la cornetta, ma non del tutto risolto. Probabile uno show a uso e consumo dell’Occidente e, allo stesso tempo, un tentativo di far pressioni sul Cremlino per riceverne appoggio incondizionato.

Né va dimenticato che da tempo la Bielorussia ha rescisso il più importante cordone ombelicale che lo legava a Mosca, ovvero il petrolio, comprando l’oro nero altrove, addirittura dagli Usa, con un contratto che ha fatto affermare al Segretario di Stato Mike Pompeo che “rafforza la sovranità e l’indipendenza bielorussa” (Washington Post).

Le elezioni hanno visto premiato, al solito, Lukascenko, eletto con risultato bulgaro, l’80% dei voti, ma resta da capire se la piazza continuerà ad agitarsi, se i suoi oppositori – alcuni dei quali hanno invitato i loro sostenitori a evitare manifestazioni di massa – avranno spazio di manovra o se tutto rimarrà invariato.

Tra tante analisi in bianco e nero (buoni filo-occidentali, cattivi filo-russi) quella a colori di Ria Novosti, che spiega come le tre pasionarie che hanno dato vita a movimenti politici di opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, Veronica Tsepkalo e Maria Kolesnikova, potrebbero creare un’unica, e stavolta vera, forza di opposizione, nonostante gli ostacoli.

Mentre la Russia, nonostante la pacificazione pre-elettorale Putin-Lukascenko, vede ormai logorati i rapporti con Minsk, ha nei confronti del Paese vicino una sola grande preoccupazione: che non cada preda della destabilizzazione, che giocoforza si ripercuoterebbe sui suoi confini e arrecherebbe un danno economico al commercio tra i due Paesi.

Interessanti le parole di Yuri Solozobov, dell’Institute for National Strategy: “Minsk  ha fatto tanto per rimuovere il cliché occidentale dell”ultima dittatura d’Europa’. Ma i disordini attuali possono cancellare tutto”.

Per Denis Milyantsov, coordinatore di un organismo russo per il dialogo con Minsk, c’è anche il problema delle sanzioni, che già affliggono il Paese e che potrebbero aumentare in caso di un aggravamento dello scontro: “Se le manifestazioni in Bielorussia continuano e le autorità le disperdono, l’Occidente introdurrà nuove restrizioni”.

“Per Lukashenko, ciò significa una diminuzione delle sue posizioni negoziali nel dialogo con la Russia, perché è abituato a bilanciare tra Occidente e Mosca […] Ma se deve scegliere tra stabilità politica interna e buoni rapporti con l’Occidente è ovvio che Lukashenko sceglierà il prima cosa”.

Partita complessa, dunque, con Lukascenko che sta forzando per stravincere, come mettono in evidenza le percentuali bulgare in vero poco credibili, talune forze occidentali che alimentano e sperano in una nuova Maidan e la Russia che spera che il Paese regga all’urto incrociato, per evitare un nuovo Stato fantoccio in stile Ucraina, o peggio, ai suoi confini.

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