12 agosto 2020

Hiroshima, Nagasaki: a 75 anni, i misteri dell'inutile strage

In questi giorni, i 75 anni dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Riportiamo alcuni passaggi di articolo del 2019 di Rossen Vassilev Jr su Global Research, che riferisce delle tante legittime critiche a quel bombardamento.

Così il Capo di stato maggiore Usa William D. Leahy: “L’uso di quest’arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non è stato di alcun aiuto nella guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi per l’efficacia del blocco navale e il successo dei bombardamenti convenzionali (…) Non mi è stato insegnato a fare la guerra in questo modo, non si vincono le guerre uccidendo donne e bambini”.

Tanti analisti sostengono che le atomiche servivano per spaventare Stalin. Lo riferisce anche il fisico nucleare Leo Szilard, il quale, due mesi prima dell’agosto 1945, volle incontrare il segretario di Stato James F. Byrnes per convincerlo a non usare l’atomica su civili indifesi e che non fosse necessaria “per vincere” la guerra.

Più tardi riferì che secondo Byrnes “la dimostrazione delle bombe avrebbero reso la Russia più gestibile in Europa”.

Anche Albert Einstein disse che la maggioranza degli scienziati “si opponeva all’impiego della bomba atomica”.

Peraltro, a cambiare le carte in tavola, e a rendere del tutto impossibile la resistenza giapponese, la dichiarazione di guerra di Mosca contro Tokio dell’8 agosto.

Qualche giorno prima, l’ambasciatore giapponese a Mosca aveva comunicato al ministro degli Esteri Shigenori Togo: “Se la Russia (…) dovesse decidere di approfittare della nostra debolezza e intervenire contro di noi ci troveremmo in una situazione senza nessuna speranza”.

Secondo il generale Eisenhower “Il Giappone stava, in quel preciso momento, cercando un modo per arrendersi senza perdere troppo la ‘faccia’ […] non era necessario colpirli con quell’orribile arma”.

Un convincimento che ripeté in privato al Segretario per la guerra Henry Stimson: “Gli ho espresso le mie forti perplessità, in primo luogo perché credevo che il Giappone fosse già sconfitto e che sganciare la bomba fosse del tutto inutile, e in secondo luogo perché pensavo che il nostro Paese dovesse evitare di sconvolgere l’opinione pubblica mondiale con l’uso di un’arma il cui impiego, pensavo, non fosse più indispensabile per salvare vite americane”.

Non solo Eisenhower, avversi a tale decisione erano anche altri alti esponenti dell’esercito Usa. Tra questi, l’ammiraglio William F. Halsey, il quale disse che non c’era necessità militare di impiegare la nuova arma: fu utilizzata solo perché l’amministrazione Truman aveva un “giocattolo e voleva provarlo”.

Il generale Curtis E. Lemay, che coordinava i bombardamenti convenzionali contro il Giappone e fu il responsabile del lancio delle atomiche, ebbe a dire: “Sentivo che non c’era bisogno di usarle. Stavamo facendo il lavoro con gli ordigni incendiari. Stavamo danneggiando gravemente il Giappone (…). Siamo andati avanti e abbiamo sganciato le bombe perché il presidente Truman mi ha detto di farlo (…). La bomba atomica non ha fatto altro che, con ogni probabilità, abbreviare di qualche giorno” la fine del conflitto.

Anni dopo, lo storico Howard Zinn, che in guerra era nell’aviazione militare Usa, ha tristemente notato: “Nessuno sembrava consapevole dell’ironia, che una delle ragioni dell’unanime indignazione contro le potenze fasciste era l’uso dei bombardamenti indiscriminati contro civili innocenti”.

Peraltro c’erano diverse alternative praticabili, alcune delle quali furono suggerite prima ancora dell’impiego delle atomiche.

Il sottosegretario della Marina Ralph Bard era convinto che “la guerra contro il Giappone era ormai vinta” ed era così turbato dalla prospettiva di usare le atomiche contro i civili che in un incontro con Truman insistette “per avvertire i giapponesi della natura della nuova arma”.

Di parere analogo l’ammiraglio Lewis L. Strauss, assistente speciale del Segretario della Marina, il quale riteneva che la guerra fosse finita e fece pressioni perché l’atomica fosse usata in modo dimostrativo, senza uccidere civili.

Anche il generale George C. Marshall, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Usa, era contrario all’uso della bomba su aree civili: “Tali armi dovrebbero essere usate contro obiettivi militari” o industriali. Una volta individuato l’obiettivo, “si dovrebbe avvertire la gente di lasciare il posto – spiegando ai giapponesi che intendiamo distruggere quelle aree […]. Dobbiamo compensare con questo avvertimento l’obbrobrio che potrebbe derivare da un impiego sconsiderato di tale forza”.

Per quanto riguarda i sovietici, poi, per Marshall sarebbe bastato invitare osservatori di Mosca al test nucleare di Alamogordo per far vedere ai russi la potenza dell’arma.

Anche diversi scienziati che lavorarono al Progetto Manhattan chiesero di organizzare un’azione dimostrativa, ad esempio un’esplosione nucleare in mare nei pressi della costa giapponese, in modo che la potenza distruttiva della bomba fosse nota ai nemici, senza provocare vittime inutili.

Peraltro lo stesso Truman, sul suo diario, il 25 luglio 1945, cioè prima del lancio, aveva annotato qualcosa del genere: “Quest’arma sarà usata contro il Giappone da qui al 10 agosto. Ho detto al Segretario alla Guerra Stimson, di usarla su obiettivi militari, soldati e marinai, ma non su donne e bambini. Anche se i giapponesi sono selvaggi, spietati, feroci e fanatici […] non possiamo sganciare quella terribile bomba sulla vecchia o sulla nuova capitale. Noi due siamo d’accordo. L’obiettivo sarà puramente militare e daremo un avvertimento ufficiale per chiedere ai giapponesi di arrendersi e salvare vite umane. Sono sicuro che non lo faranno, ma almeno gli avremo dato la possibilità”.

Poi disse tutt’altro, giustificando quanto avvenuto. Il mistero di chi abbia gestito la tragica missione resta, ma anche l’evidenza di un’inutile strage.

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